24/11/08

L'attività bancaria al Congresso


di Ralph Nader - 24/11/2008

Fonte: futuroieri


Questa settimana il Wall Street Journal riferisce che i funzionari del Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) spingono le varie agenzie incaricate di regolare le banche, come il Treasury's Office of Thrift Supervision, a farsi più aggressive e a dare alle banche in crisi ratings più bassi di quelli che riceverebbero dai regolatori.
I regolatori danno alle banche un valore fra 1 e 5.
Le banche ben amministrate ottengono un 1, le banche con problemi ricevono un 4 o un 5. Il FDIC vuole vedere più banche con un 4 o un 5.
A fine luglio scrissi al presidente Christopher Dodd (D-Conn.) della U.S. Senate Committee on Banking, Housing and Urban Affairs e a Barney Frank (D-Mass.) che guida la House Financial Services Committee per suggerirgli di vigilare insieme sull'abilità di FDIC di occuparsi dei fallimenti bancari potenziali nei prossimi anni.
Nella lettera, scrissi che in un documento sugli indici di valutazione del ramo assicurativo del 10 marzo 2008 Arthur J. Murton, direttore del ramo Insurance and Research del FDIC affermò:
Mentre il 99% delle istituzioni assicurate usano il criterio del "ben capitalizzato," resta la possibilità che il fondo possa soffrire perdite assicurative che sarebbero più alte di quanto anticipato.
L'economia USA e le banche oggi fronteggiano un'incertezza significativa a causa dei problemi del settore edile, della turbolenza del mercato finanziario e delle previsioni di debolezza riguardo alle spese dei consumatori.
Questi problemi condurrebbero a perdite sui mutui molto più alte e a guadagni minori per le istituzioni assicurate.
Il presidente di FDIC Sheila C. Bair, tuttavia, ha cantato un'aria più stravagante. Di recente ha detto, "Il sistema bancario in questa nazione resta in una posizione solida garantita dall'assicurazione di FDIC.
La maggioranza schiacciante delle banche di questo paese sono sicure e sane e le possibilità che la vostra banca possa fallire sono remote.
Tuttavia, se ciò dovesse accadere, FDIC sarà la - come sempre - per proteggere i vostri depositi assicurati."
Nonostante queste parole rassicurante, il recente fallimento di IndyMac da rilievo alla necessità di una sorveglianza congressuale dura.
Alcuni esperti bancari hanno detto che solo il costo del collasso di IndyMac sarà fra i 4 e gli 8 miliardi di dollari.
Il FDIC ha più o meno $ 53 miliardi in mano per occuparsi dei fallimenti bancari.
Questa somma potrebbe non essere adeguata, visto il costo di IndyMac e dati i quasi $ 4 trilioni di depositi che FDIC assicura.
La sorveglianza congressuale dell'industria dei servizi finanziari e dei suoi regolatori dovrebbe essere una priorità attuale per il Congresso.
Io suggerii anche varie questioni che potrebbero essere poste ai funzionari di FDIC, eccole:
1. IndyMac era nella lista delle "Istituzioni problematiche" prima che fallisse?
2. Le altre banche fallite quest'anno erano nella lista di FDIC delle "Istituzioni problematiche"?
3. Quale è il costo anticipato per affrontare i fallimenti delle altre quattro banche che sono fallite quest'anno?
4. Se il 31 marzo 2008 FDIC segnalò 90 "Istituzioni problematiche" con beni per $26 miliardi. Quale è il numero corrente di "Istituzioni problematiche" e quali sono i beni di queste "Istituzioni problematiche"?
5. Quante banche stanno probabilmente per fallire nel 2008 e nel 2009 rispettivamente?
6. Quale è il livello stimato dei costi per occuparsi dei fallimenti previsti?
7. Quale sarà l'effetto delle perdite più alte di quelle previste dalle stime di FDIC nel proprio rapporto riservato?
8. Quali sono le previsioni di FDIC sulle riserve necessarie per i fallimenti bancari dopo il 2009?
9. Il FDIC resiste ad aumentare i prezzi correnti delle stime delle banche assicurate da FDIC così che il costo di qualsiasi salvataggio dovrà essere trasferito ai contribuenti?
10. Il Government Accountability Office (GAO) crede che la lista dei prezzi prevista per le banche che devono pagare al Deposit Insurance Fund (DIF) sia stabilita al livello giusto?
Potrebbe anche avere senso che il Congresso rivisiti l'approccio corrente di FDIC per stabilire i rapporti di riserva per le banche.
Forse il FDIC non capisce la sua incapacità di valutare chiaramente i rischi corsi da risparmiatori e contribuenti a causa dell'industria bancaria incline al salvataggio e influente.
Quando il Congresso si riconvocherà dopo il Labor Day sarebbe prudente per il Senatore Dodd e il Congressista Frank concentrarsi sul FDIC e sulle nostre banche in crisi e fare alcune audizioni dure e senza limiti.
Questi due legislatori presto dovranno fare i comizi ai loro elettori.
Sia il Sen. Dodd che il Cong. Frank non hanno risposto alla mia lettera del 23 luglio 2008.
FINE
-----------------------------------------------------------
Dite agli amici di visitare Nader.Org e iscriversi a E-Alerts.
Tradotto il 23/11/2008 da F. Allegri per Futuroieri
http://digilander.libero.it/amici.futuroieri

Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it




La crisi sotto l'albero, Babbo Natale va in saldo


di Federico Rampini - 24/11/2008

Fonte: La Repubblica [scheda fonte]



Gli operai cinesi che lavorano nelle fabbriche di giocattoli. Gli ingegneri della Toyota a Tokyo. I piccoli azionisti della Samsung a Seul. Per tutti l' ultima speranza si chiama Black Friday: è il test decisivo per capire come sarà il Natale 2008 sul fronte dei consumi, in America e quindi nel resto del mondo. Nonostante il nome infausto, in passato il Black Friday era tutt' altro che un giorno nero. Quest' anno cade il 28 novembre. E' il venerdì subito dopo Thanksgiving Day, quando nel lungo ponte festivo tradizionalmente le famiglie americane si precipitano a fare spese. In passato Black Friday coincideva con un' orgia dei consumi pre-natalizi: assalti di massa agli shopping mall, ingorghi nei paraggi dei grandi magazzini, il rito godereccio è sempre stato onorato con entusiasmo. Quest' anno invece i segnali premonitori indicano che sarà un venerdì veramente nero, l' anticipazione di una stagione natalizia depressa, le cui sofferenze si ripercuoteranno in ogni angolo dell' economia globale, dalla classe operaia del Guangdong agli indici di disoccupazione in Italia o in Germania. Il verdetto del consumatore americano è atteso con un' ansia comprensibile. Per anni è stato lui (o lei) il motore infaticabile della crescita planetaria. Anche quando l' economia europea era asfittica, si poteva sempre contare sugli Stati Uniti per continuare a spendere. Il recente benessere conquistato da centinaia di milioni di persone in Cina, India, Vietnam, Brasile, si agganciava all' inesauribile sete di importazioni dell' America. Ma adesso il vento è cambiato davvero: neppure l' ultima offerta di un maxischermo tv ultrapiatto scontatissimo a 900 dollari riesce ad attirare i clienti da Best Buy, la catena di supermercati elettronici americani. Circuit City, il suo principale concorrente, è in liquidazione fallimentare da alcune settimane. I notiziari che arrivano dal fronte della grande distribuzione Usa sono allarmanti. Su Internet imperversa una febbre di ribassi mai vista in passato, nel disperato tentativo di risvegliare i consumatori dal coma profondo. Il commercio elettronico è un indicatore ipersensibile per la velocità con cui reagisce alla congiuntura. Esempio: l' ultimo digital video recorder della Sony, lanciato sul mercato americano in aprile a 1.200 dollari, oggi sul sito Dell. com è in offerta speciale a 899 dollari. E il sito Abe lo vende online a 750 dollari, più la consegna a domicilio gratis. Nonostante questi supersaldi lanciati con largo anticipo rispetto a Thanksgiving e Natale, il commercio elettronico langue: ancora un anno fa cresceva a ritmi del 20%, ora è piatto come un mare in bonaccia. Ancora peggio sta il commercio tradizionale. La catena d' ipermercati K-Mart ha anticipato dal 2 novembre la campagna - saldi che di solito arrivava solo col Black Friday: e quest' anno gli sconti sono folli, dell' ordine del 40% o addirittura 50%. Eppure la gente non reagisce più. The Wall Street Journal avverte che la sindrome paralizzante della deflazione si sta impadronendo della psiche degli americani. Nell' attesa che i prezzi vadano ancora più giù, la spesa si rinvia. Guardando al collasso di grandi magazzini e centri commerciali il quotidiano conclude che i consumatori riscoprono la massima del film «War Games» uscito durante la crisi economica del 1980: «L' unica mossa vincente è non giocare». I sinistri tremori che precedono questo Natale 2008 hanno una dimensione davvero globale. Lo confermano quelle multinazionali il cui mercato non conosce confini. Come la Nokia: ogni quattro cellulari venduti sul pianeta uno ha il marchio finlandese. Proprio la Nokia qualche giorno fa ha dovuto avvertire le Borse che i suoi risultati risentiranno di «una stagione natalizia depressa, a cui seguirà un 2009 di contrazione globale degli acquisti di telefonini». Un messaggio identico gli analisti finanziari lo hanno ricevuto da Vodafone: risultati di fine anno «inferiori alle previsioni», che erano già pessimistiche. Dalla grande gelata dei consumi di fine anno pare che non si salverà nessuno, neppure i super-ricchi e chi è abituato a produrre per loro. A New York non è passato inosservato il flop delle tradizionali aste d' arte autunnali. Sotheby' s e Christie' s hanno fatto i conti pochi giorni fa: l' appuntamento stagionale per miliardari, collezionisti di quadri di impressionisti e grandi autori contemporanei, si è chiuso con vendite complessive di 729 milioni di dollari. E' meno della metà di un anno fa, quando le stesse aste fruttarono 1,6 miliardi. La ritirata dei ricchi è confermata dalla holding svizzera Compagnie Financière Richemont che controlla marchi del lusso come Cartier, Vacheron Constantin e Chloé. «Il 2008 era cominciato bene per noi - ha dichiarato il suo direttore finanziario Richard Lepeu - ma con il mese di ottobre l' atmosfera psicologica è cambiata drasticamente». Per anni il resto del mondo ha stigmatizzato l' abitudine degli americani di vivere al di sopra dei loro mezzi. All' origine di questa crisi c' è proprio l' accumularsi di squilibri finanziari provocati da una montagna di debiti made in Usa. Adesso però, se a Thanksgiving e a Natale il consumatore americano si decide finalmente a stringere la cinghia, per l' Europa e l' Asia saranno dolori ancora più acuti. Lo dimostra già il crollo delle esportazioni giapponesi verso il resto del mondo, un segnale di quanto la recessione stia colpendo duramente tutte le economie asiatiche. Il Giappone ha rivelato a sorpresa un deficit commerciale con l' estero nel mese di ottobre, la bilancia commerciale di Tokyo che è sprofondata in rosso per 63,9 miliardi di yen. E' la prima volta da 28 anni. Crollano le esportazioni made in Japan verso l' Europa e gli Stati Uniti ma c' è anche l' improvviso declino dello 0,9% dell' export nipponico verso la Cina, l' ultimo mercato che ancora «tirava». Perché nei vasi comunicanti dell' economia globale il contagio depressivo è veloce. Ciascun paese dove i consumi si afflosciano, «esporta recessione» perché compra meno dal paese vicino. Attraverso questa cinghia di trasmissione la sindrome si insinua anche dentro il gigante cinese, la nazione più popolosa del mondo, l' unica locomotiva ancora in crescita. Per quanto corra la Repubblica Popolare, i segnali di rallentamento sono inequivocabili. Gli automobilisti di Pechino, Shanghai e Canton a ottobre hanno ridotto del 13% gli acquisti di benzina. La Toyota ha annunciato che a fine 2008 le sue vendite di vetture in Cina saranno inferiori al previsto di centomila unità. Le case automobilistiche cinesi, abituate ad aumenti delle vendite del 20% annuo, ora elemosinano aiuti di Stato come Ford e General Motors. Ancora più pesante è il ribasso nei consumi di gasolio per diesel - meno 46% - un segnale che i Tir cinesi hanno meno lavoro del solito. Il numero uno della compagnia petrolifera di Stato, Jiang Jiemin, ammette che «tutto è cambiato nell' arco di un mese». In ottobre sono calati anche i consumi di corrente elettrica, ed è la prima volta che questo accade in Cina dalla crisi asiatica del 1997. E' emblematica la decisione di Pechino di varare una manovra di bilancio da 586 miliardi di dollari, investimenti pubblici e trasferimenti alle famiglie. La crescita del Pil cinese è rallentata da +11,7% l' anno scorso al 9% dell' ultimo trimestre: sembra ancora uno sviluppo vigoroso, ma è dall' epidemia della Sars nel 2003 che l' economia cinese non rallentava così. I dirigenti comunisti sanno che se la crescita del Pil scende al 7% annuo è l' equivalente di una recessione, perché non si creano posti di lavoro sufficienti ad assorbire le nuove leve giovanili e gli immigrati dalle campagne. Le tensioni sociali stanno già moltiplicandosi nel Guangdong. In questa regione meridionale sono fallite 30.000 aziende tessili. La metà delle fabbriche di giocattoli hanno chiuso i battenti e licenziato gli organici. Un Natale segnato dalla ritirata dei consumatori americani è l' incubo delle economie asiatiche. A loro volta le potenze emergenti sono costrette a tagliare gli acquisti. La grande gelata si fa sentire in ogni angolo della terra: i paesi produttori di materie prime si scoprono più poveri da quando i prezzi di minerali e metalli sono crollati del 35%. L' atterraggio è brutale e nessuno si sente al riparo, lungo un arco della crisi che ormai si estende dall' Angola all' Australia. 




Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it



Cominciano le rivolte. Come prepararsi.

effedieffe.com
collasso_550.jpg
Movimentazione di massa in Islanda e Svizzera, aumento di tensioni a sfondo razziale negli USA, fallimento di migliaia di piccole aziende in Cina. Puo' essere il preludio di un futuro cambiamento nelle nostre vite inserite in un contesto sociale. Ci sono delle cose da evitare per finire nel baratro e l'augurio di una vita nuova ispirata a sacche di cultura ancora intatte.
Cominciano le rivolte. Come prepararsi.
Maurizio Blondet    24 novembre 2008
  Stampa
  Manda per E-mail
  Testo    
Islanda. Migliaia di islandesi - ligi alle autorità - hanno dimostrato per le strade di Reykjavik reclamando le dimissioni del primo ministro Geir Haarde e del governatore della Banca Centrale David Oddsson, ritenuti colpevoli del disastro finanziario del Paese. Le manifestazioni avvengono da giorni, con scontri con la polizia. La folla ha eletto come capo un noto cantante-trovatore (sic) islandese, Hordur Torfason; un Beppe Grillo più deciso e capace, Torfason ha annunciato che le dimostrazioni continueranno finchè il governo non se ne andrà.

Un giovanotto s'è arrampicato sul palazzo di Althing (dove il presidente si affaccia per l'annuale giornata nazionale) e vi ha apposto un cartello: «Islanda in Vendita, 2,1 miliardi di dollari».

E' la cifra che il Paese riceve come prestito d'emergenza( L'articolo completo e' disponibile solo per gli abbonati )

http://www.effedieffe.com/content/view/5389/180/

Naked Citi - The Rise and Fall of Citigroup

Naked Citi - The Rise and Fall of Citigroup
Pam Martens

Citigroup's two best known ad campaigns, "Citi Never Sleeps" and "Live Richly," will hopefully become a cautionary warning for the next generation: don't take advice from sleep-deprived money managers and live within your means. As of last Friday's close, Citigroup had $2 trillion in "assets" and $20.5 billion in stock market value, strongly suggesting the term "assets" is a misnomer on Wall Street. Late last night the U.S. government agreed to dump hundreds of billions more into this black hole without any survival plan required of the company as demanded of the auto makers: apparently if you make those four wheel machines that get us to work you're suspect; if you manufacture losses in unintelligible derivatives, you're good to go.
Citigroup's five-day death spiral last week was surreal. I know 20-something  newlyweds who have better financial backup plans than this global banking giant.  On Monday came the Town Hall meeting with employees to announce the sacking of 52,000 workers.  (Aren't Town Hall meetings supposed to instill confidence?)  On Tuesday came the announcement of Citigroup losing 53 per cent of an internal hedge fund's money in a month and bringing $17 billion of assets that had been hiding out in the Cayman Islands back onto its balance sheet.  Wednesday brought the cheery news that a law firm was alleging that Citigroup peddled something called the MAT Five Fund as "safe" and "secure" only to watch it lose 80 per cent of its value. On Thursday, Saudi Prince Walid bin Talal, from that visionary country that won't let women drive cars, stepped forward to reassure us that Citigroup is "undervalued" and he was buying more shares. Not having any Princes of our own, we tend to associate them with fairytales. The next day the stock dropped another 20 percent with 1.02 billion shares changing hands. It closed at $3.77.
Altogether, the stock lost 60 per cent last week and 87 percent this year.  The company's market value has now fallen from more than $250 billion in 2006 to $20.5 billion on Friday, November 21, 2008.  That's $4.5 billion less than Citigroup owes taxpayers from the U.S. Treasury's bailout program.
Also rounding out the week's news on Friday was the revelation that after receiving $25 billion of taxpayer money, Citigroup would continue to honor its $400 million, 20-year commitment and pay out an installment of $20 million to have the new Mets' baseball stadium named Citi Field.  (Flashback: April 7, 1999: Enron agrees to pay more than $100 million over 30 years to name a Houston stadium Enron Field.) 
It took the repeal of the Glass-Steagall Act, legislation crafted after the 1929 crash barring commercial banks from merging with their casino cousins (investment banks and brokerage firms) to bring Citigroup to life. 
Sandy Weill took Travelers Insurance, the Smith Barney brokerage firm (which had been combined with the Shearson brokerage firm), the investment bank Salomon Brothers and announced on April 6, 1998 that he would be merging all of these units with the commercial banking giant, Citicorp, owner of Citibank.  Never one to let laws get in his way, Mr. Weill announced this deal despite the fact that this combination was not allowed at the time because of the Glass-Steagall Act.
It would take "a village" in the Clinton administration to get Glass-Steagall repealed and allow the creation of the colossal financial monster that would take precisely one decade to pay its founder $1 billion and then implode in a sea of losses.  The village included Treasury Secretary Robert Rubin who successfully lobbied for the repeal of the investor-protection law, then left his cabinet position in the Clinton administration and moved his game marker to the Board of Citigroup 17 days before the bill gutting Glass-Steagall was signed into law on November 12, 1999.   Mr. Rubin would collect over $150 million from Citigroup in the next 9 years for his Board service, without ever drawing the go-to-jail card; not even when he picked up the phone and called a Treasury official and asked the government to stop the credit rating agencies from downgrading the debt of Enron, to whom Citigroup had major exposure.  In that one instance, he was rebuffed.
And, of course, the village included Alan Greenspan who rarely saw an investor-protection regulation to which he didn't proceed to take a machete. Now, after 19 years of making the country listen to his mutterings before Congress in verbose, convoluted  academic-speak; after he has assisted handily in turning Wall Street into the Dollar Store and once thriving companies into a barren wasteland of receiverships, bankruptcies and collapsing stock prices, he offers a broken country a one-liner: he got it wrong.
The Federal Reserve held hearings on the proposed merger of Citigroup on June 25 and June 26, 1998, at the Federal Reserve Bank of New York.  Galen Sherwin, then President of the National Organization for Women in New York City, and I were protesting outside the hearings on June 26 over Mr. Weill's enforcement of private justice systems for his workers.  Employees had to sign away their rights to sue the firm in court as a condition of employment and agree to secret tribunals called mandatory arbitration.  We were holding very large and graphic protest signs when a kindly official came out and asked if we would like to testify on a panel where they had a few openings.  Somewhat surprised by the invitation (perhaps it was to provide an unobstructed photo shot of the Fed Building for tourists), we seated ourselves in the auditorium and began to feverishly scribble our speeches on scrap paper. The Federal Reserve has maintained the original of my scribbled text on its web site all these years and I printed it out today as a sorrowful souvenir of our country's decade-long incarceration under corporate rule.
With our protests signs propped against the testifiers' table and a Fed employee in a back area filming it all for posterity, here's an excerpt of what I told the Fed on June 26, 1998:
"It is amazing how soon we forget.  It was just 60 years ago that 4,835 of America's banks went broke and closed their doors, leaving shareholders and depositors destitute.  The underlying reason that this happened was the lack of moral courage by our regulators and elected representatives to just say no to powerful money interests.  Instead of just saying no, Washington handed the banks the equivalent of an ATM card to the Feds discount window to speculate in stocks.
At a time when Japan, the second largest industrialized nation, is reliving the 1930s in America, complete with banking insolvency, it is amazing and preposterous that we should be discussing rolling back Glass-Steagall.
We also want to remember that the political dynamics that created the backdrop for the banking meltdown in the '30s grew from a corrupt cozy culture between Wall Street and Washington.  U.S. Supreme Court Justice William O. Douglas, (who knew a thing or two about the matter, having just served as chairman of the young, new SEC, before he went to the Supreme Court) called it what it was, chicanery and corruption.
Frank Vanderlip, coincidentally, an actual former president of National Citibank, wrote in the Saturday Evening Post at the time that lack of separation of banking and securities contributed to the stock market losing 90 per cent – I'd like to repeat that, 90 per cent – of its value from 1929 to 1933.   The public was so sickened by the hubris and corruption that an entire generation stayed away from the stock market.  It was not until 1954, 25 years later, that Wall Street once again reached the level it had set in 1929. 
There is a compelling body of evidence that suggests a corrupt cozy culture has once again enveloped the brains of Washington.  We can hardly look to the safe keepers of the public trust when they are falling over themselves to reap campaign windfalls from Wall Street."
Like any other epic tragedy resulting from human hubris, this one deserves reflection and analysis if we are to claw our way out of the abyss.  Offered in solidarity with anthropologist Gregory Bateson's theories on creating levels of learning, and anthropologist  Laura Nader's cautions on keeping anger in a box, below are links to the unfolding crisis and Citigroup's pivotal role as filed here at CounterPunch beginning on  November 6, 2007.
November 28, 2007
Crashing Citigroup
September 20/21, 2008
The Wall Street Model: Unintelligent Design
http://www.counterpunch.org/martens09202008.html
Pam Martens worked on Wall Street for 21 years; she has no security position, long or short, in any company mentioned in this article.  She writes on public interest issues from New Hampshire.  She can be reached at pamk741@aol.com

counterpunch.org


Precious Metals Price Discovery

Precious Metals Price Discovery
David Morgan

During my recent trip to Europe, there were many interesting meetings and conversations. One of the most meaningful was with a good friend and colleague Mr. Eric Lemaire (http://www.24hgold.com/default.aspx).
Eric is a true free-market thinker and has worked at producing true price discovery in the gold and silver markets. Eric suggested that, because eBay was already in existence and is a worldwide system, real price discovery could be obtained.
Staying reserved as I pondered this insight, it did make sense that this certainly is a way to establish what silver and gold are really selling for in the retail sector.
As Eric explained, he thought one of the few worldwide, public pricing systems is eBay, so he had been working on the subject for quite awhile to find a way to extract the price of gold and silver out of eBay.
Eric recently launched the following Web pages:
Here is how they work. Gold and silver coins with offers on eBay appear on the page, listed by country. For each coin, you will find: Its name, fine weight, and instant metal value.
The price of last sales on eBay to track the price: average price, premium over spot price of gold (or silver), the implied gold or silver value per ounce, and yesterday's average price for this specific coin.
The current offers on eBay worldwide, with the respective number of offers. You can click on the eBay buttons to get directly to the eBay page with all the coins for sale.
Various eBay tools relevant to this coin - Buy It Now, Newly Listed, Ending Soonest, and Completed Listings.
There is also a link to go to eBay directly if you are looking for something else.
Since eBay is different for each country, we have eBay pages for Canada, the United States, Australia, France, and the United Kingdom.
Eric stated it is his wish that this tool will be useful to anyone who is interested in gold and silver and that it will help people get more physical metal in their hands, which is the key to wrecking the cartel.
Eric Lemaire can be contacted at editor@24hgold.com.
I did not have time to get into the actual computer programming that was required for this project, but let me publicly state it must have been a heck of a project. Further, several new Web-based auctions are taking place for the precious metals - in particular, silver. My current schedule does not allow me to review them all in this week's missive, but I do want to bring to the readers' attention that many new and seasoned precious metals investors are amazed by the spreads that are currently being determined in the marketplace.
Additionally, many investors are moving to the exchange itself to take delivery of industrial-size bars, to obtain silver and gold very close to the quoted New York price and/or London fix.
It is an honor to be,
David Morgan
Mr. Morgan has followed the silver market daily for more than thirty years. Much of his Web site, is devoted to education about the precious metals.

La globalizzazione? scientificamente infondata e concretamente perversa

La globalizzazione? scientificamente infondata e concretamente perversa

invia
Domenica 23 Novembre 2008 – 15:42 – Vittorangelo Orati stampa
La globalizzazione? scientificamente infondata e concretamente perversa


Esaminiamo i fatti che segnalano il rallentamento della vis capitalistica in termini di performance del ritmo di crescita.
Il primo fenomeno che si impone per la sua rilevanza è quello della progressiva "finanziarizzazione" del tardo capitalismo globalizzato. In termini generali per "finanziarizzazione" deve intendersi la tendenza immanente al capitalismo di ottenere profitto attraverso la riduzione quanto più possibile sino a saltarla, della fase della produzione, della creazione di valore (in realtà plusvalore) o valorizzazione del capitale. Marx la ebbe già ad individuare nella sua vivisezione del concetto di "valore di scambio" in quanto contrapposto al "valore d'uso" di una "merce". Valore d'uso già in germe metabolizzato dalla logica del capitalismo come incidente necessario per ottenere il massimo profitto.
Il teatro ove il fenomeno della finanziarizzazione trova la sua sede elettiva è la Borsa (contro cui si sono schierati i più conseguenti liberali ancorché agli estremi opposti della corrente "interventista" (Keynes) e "antinterventista" (Einaudi), la cui logica essenziale di "circo Massimo" della speculazione, rivelò a Marx il memento mori della carica progressiva del capitalismo nel senso visto.
Propagandato come il più efficiente dei mercati, la Borsa, in cui si acquistano e vendono capitali in forma meramente cartacea, che dovrebbe permettere l'afflusso di risparmio alle imprese direttamente dai risparmiatori senza la mediazione o intermediazione del sistema bancario, è in realtà il più grande Casinò del mondo dove si scommette (al rialzo o al ribasso) sulle sorti delle aziende. Di più, ove si scommette a spirale sugli esiti di tutte le scommesse che si succedono nel tempo futuro ("derivati"). La propaganda a questo punto dice che le "scommesse" fanno da sfigmomanometro della salute economica (produttiva) delle aziende, rappresentata dai loro "titoli" (azioni e/o obbligazioni) in Borsa. La realtà, dice da sempre, che le performance economico-produttiva è il solo giudice di ultima istanza di un fenomeno che nelle sue sublimazioni cartacee in Borsa si alimenta per gran parte di se stesso. Come ebbe a dire Keynes che accumulò una fortuna in proposito, in Borsa non vince chi prevede con sufficiente approssimazione l'andamento reale delle performances economiche delle società quotate, bensì chi indovina l'orientamento della maggioranza dei "giocatori", che è quello che determina il corso dei titoli, corso mosso, in poche parole, dall'obiettivo di massimizzare la differenza di prezzo tra ciò che si è acquistato e ciò che si vende!
Gli "animal spirits", la "distruzione creatrice" connessa al "romantico" imprenditore tramite il quale si è prodotta "ricchezza", tendono ad essere sostituiti dalla logica del rentier, lo "staccatore di cedole" e successivamente dei "finanzieri d'assalto", che nel caso di Soros, il più mitico di questi tra i contemporanei; da liberale conseguente (popperiano) non cessa di criticare il "capitalismo globale" e la stessa Borsa.
I liberali di "sinistra" la cui massima figure rappresentativa è quella di Keynes dovrebbero riflettere sulla scarsa riformabilità del capitalismo: auspice dell'"eutanasia del rentier" attraverso la riduzione sino all'annullamento del saggio d'interesse (giustificato dal "regno dell'abbondanza" cui avrebbe condotto il capitalismo), Keynes rimarebbe deluso dalla sua prognosi .
Da anni a livelli bassissimi in termini nominali sempre più spesso addirittura negativo in termini reali (depurato dal tasso di inflazione), il tasso di interesse nelle "cittadelle" del capitalismo patentato fa da contraltare a tassi di crescita stagnanti con livelli di disoccupazione preoccupanti che non riescono ad essere riassorbiti dalla crescita cui pur dovrebbe dar sostegno la quotidianità dello "spettacoloso" progresso tecnologico attuale.
Prima di lasciare il piano generale del fenomeno "finanziarizzazione" preme segnalare come la globalizzazione in quanto "ideologia" ovvero "falsa coscienza" operi. Non v'è notiziario televisivo, radiofonico, giornale quotidiano insieme ai molti canali televisivi specializzati operanti 24 ore su 24, che non "informi" sull'andamento dell'economia sintonizzandosi sugli andamenti borsistici. E che non mandi in onda toni preoccupati quando le Borse, chiudono in "ribasso", assumendo toni apocalittici dinanzi a "crolli" dei titoli azionari. Ebbene in questo caso la frase canonica è quella che parla sempre di "capitali bruciati". Qui si rivela la quintessenza dell' "economia di carta" che va prendendo via via il posto dell' "economia reale", come segnale indubbio della finanziarizzazione del tardo capitalismo globalizzato.
Ma la "finanziarizzazione" attraverso il suo baricentro, la Borsa, non agisce solo rallentando la pulsione all'accumulazione del capitale produttivo, con quanto ne consegue sul piano della tendenza alla stagnazione. Non più solo riserva di caccia per il "grande capitale", la Borsa attira crescenti fette della popolazione attratta dal clima di "facili guadagni". L'incentivo non manca: la possibilità di indebitarsi a costi nulli o quasi nulli per il bassissimo costo del denaro. Va detto, peraltro, che evidentemente questa circostanza abbassa la propensione al consumo incidendo ulteriormente sul declino progressivo della domanda globale.
All'interno della logica "improduttiva" della finanziarizzazione sono da cogliere due componenti in realtà interfacciate.
Le "merger acquisitions" e la "valorizzazione del capitale per gli azionisti". Si tratta in realtà della "finanziarizzazione" delle strategie microeconomiche aziendali che trovano il loro principio ispiratore nella scandalosa (economicamente e non solo eticamente) pratica delle "stock options", entrate a far parte della parte "variabile" dei "salari"(!) dei managers di ultima generazione. In base a tale pratica questi ultimi vengono pagati anche con quote azionarie delle società da loro amministrate. Sicché obiettivo non secondario risulta essere quello di attuare tutte le iniziative in grado di massimizzare il corso delle azioni, che quanto più si dissociano in eccesso dai risultati reali di bilancio tanto più permettono di guadagnare vendendo in Borsa le azioni possedute dai vertici aziendali delle società quotate (il paradigma è quello del caso Enron). Tra le "strategie" attuate dai superpagati managers per aumentare il corso delle azioni delle imprese da loro dirette v'è quello del riacquisto delle azioni con l'indebitamento delle imprese stesse con il settore del credito.
Ciò detto tra le iniziative o strategie aziendali cospiranti con l'obiettivo appena menzionato svolgono un ruolo non secondario quelle delle "merger acquisitions" e della "valorizzazione del capitale" per gli azionisti": entrambi essenziali sul piano del potenziale di crescita delle imprese e quindi dell'intera economia.
Le "merger acquisitions" consistono nella fusione di due o più società in una sola attraverso il consenso delle parti interessate. I settori in cui le società oggetto di fusione operano possono essere diversi o i medesimi (integrazione verticale od orizzontale, rispettivamente). Questo tipo di operazione implica un accresciuto potere di mercato da parte della nuova società rispetto alla situazione pre-fusione e quindi rappresenta in re ipsa una premessa e promessa per più alti profitti e quindi dividendi per gli azionisti. Poiché non comporta novità sul piano delle tecniche produttive in senso stretto, a tale pratica si associano "razionalizzazioni" aziendali, tese ad accentrare funzioni aziendali prima seperate ed ora accorpabili, creando così "eccessi" di personale, di per sé comportanti diminuzione di costo ("downsizing"). E ciò da solo costituisce una fonte di aumento del profitto, apprezzato in Borsa. Il risultato è dunque duplice: con l'aumentato potere di mercato o "grado di monopolio" diminuisce l'esigenza dell'aumento dei livelli produttivi compensabile con la politica dei prezzi e diminuisce l'occupazione. Sia dal lato dell'offerta che da quello della domanda il fenomeno è evidentemente cospirante con esiti stagnazionistici a livello macroeconomico.
Principalmente sul lato dell'offerta agisce inoltre in tale direzione l'esigenza di "creare valore per gli azionisti" già menzionata, le cui conseguenze passiamo ad esaminare e che evidentemente può prescindere dalla "filosofia" delle "merger acquisitions" per essere perseguita ed attuata.
Ebbene "creare valore per gli acquisti" (shareholders value) significa in poche parole tendere a massimizzare il corso delle azioni attraverso la distribuzione di generosi dividendi che sono possibili sottraendo dai profitti risorse altrimenti destinabili agli investimenti. L'esito è il sacrificio sull'altare del breve periodo di ogni possibilità di crescita che eccede tale orizzonte temporale: di qui gli effetti di stagnazione tendenziale a livelloi micro e macroeconomico che ne discendono, non dimenticando che sullo sviluppo di medio-lungo periodo delle aziende viene a pesare anche il rimborso degli imponenti indebitamenti con cui i managers hanno provveduto al riacquisto delle azioni delle rispettive imprese al fine di alimentarne l'appetibilità per il "parco buoi" e realizzare al meglio le loro "stock options".
Un altro imponente fenomeno che caratterizza le "metropoli" del capitalismo avanzato e che va ad incidere significativamente sulla stagnazione tendenziale delle sue capacità di crescita è quello della delocalizzazione. La crescente difficoltà ad affidare alla sola innovazione tecnologica la lotta di concorrenza sul mercato internazionale, fa si che un numero significativo di aziende trasferisca i suoi impianti e/o ne apra dei nuovi nelle regioni meno sviluppate del mondo dove il costo della forza lavoro risulta decisamente inferiore a quella "nazionale" ed in guisa tale da superare tutte le difficoltà ed i rischi degli investimenti fuori della "madrepatria". Infatti un maggior flusso di immigrati da tali regioni non risolverebbe il problema, specie per le "grandi imprese" che per la loro maggior trasparenza sarebbero costrette ad assimilare i salari della forza lavoro immigrata e quelli vigenti all'"interno". Gran parte, infatti, di quel minimo di immigrati clandestini che riescono a rompere le maglie delle frontiere del ricco-Occidente è preda dell'"economia sommersa" dove prevale la piccola industria o l'attività agricola stagionale insieme al settore dei servizi personali, come il lavoro domestico, dove più facile è il "lavoro nero" con l'assenza di ogni tutela per i lavoratori. Inoltre la "democrazia" che fa da contraltare istituzionale ai paesi a "capitalismo maturo" pone dei limiti di "popolarità" per i governi che devono in qualche modo contenere i flussi delle immigrazioni onde non concedere troppi favori elettorali ai movimenti xenofobi, prontamente nati per cavalcare le paure innescate dalla "guerra tra i poveri": disoccupati e precari in aggiunta ai benpensanti di sempre avvertono come minaccia la presenza di stranieri sul suolo patrio che porterebbero via lavoro ai "padroni di casa".
Non cogliere il fatto che la delocalizzazione è per gran parte l'altra faccia della deindustrializzazione che affligge i sistemi economici a capitalismo "avanzato" sarebbe sbagliato. Innanzi tutto la deindustrializzazione va connessa all'evidenziato declinarsi delle innovazioni (progresso tecnico) in direzione della diminuzione dei costi piuttosto che in aumento della produzione a costi costanti. Non a caso infatti la perdita di posti di lavoro riguarda prevalentemente la grande industria dove il progresso tecnico per lo più si concentra, dove quindi più marcato è il "Baumol effect". In secondo luogo sono le imprese più piccole che costituiscono l'indotto delle imprese più grandi, che proprio perché sono meno orientati all'innovazione che ha costi rilevanti, sublimano tale mancanza con la delocalizzazione che comunque costituisce un abbattimento del costo del lavoro che ha un'incidenza maggiore per il minor rapporto capitale/lavoro che le caratterizza.
V'è pertanto un "effetto rete" che presiede al legame deindustrializzazione/delocalizzazione.
Volendo restringere alla sola Italia lo sguardo, si apprende che nel 2003 erano 5.643 le imprese con partecipazioni o con completo controllo degli investimenti localizzati all'estero che hanno dato luogo a 1.147.000 posti di lavoro che rappresentano il 5,2% del totale degli occupati in Italia. Sottraendo quest'ultima cifra al tasso di disoccupazione reso pubblico nel settembre 2004 cioè l'8,9% si ottiene un tasso del 3,7% che è molto prossimo a quello che ci si accontentava di assimilare alla piena occupazione, prima che la sbornia neoliberista cominciasse il suo jeu de massacre; insomma nel recente passato, dove gli economisti erano "tutti keynesiani"!
E' fondato rubricare tra i fattori che cospirano alle tendenze stagnazioniste delle aristocrazie del capitalismo il duplice fenomeno delocalizzazione/deindustrializzazione. Ciò che va evidenziato riguarda come ancora una volta l'ottica microeconomica che informa la fede neoliberista sui "miracoli" della globalizzazione infici pesantemente i suoi esiti macroeconomici in relazione al fenomeno in esame. La deindustrializzazione/delocalizzazione depotenzia la capacità di accumulazione del capitale nel tempo nei contesti relativi.
Ma ciò non solo, del tutto perniciosamente la delocalizzazione si rivolta contro gli interessi economici della madrepatria per così dire due volte. Infatti l'investimento delocalizzato oltre a sottrarre occupazione nel paese d'origine e quindi domanda, poiché va ipotizzato come "efficiente", risulterà concorrenzialmente vincente rispetto alle aziende che non hanno delocalizzato conservando i loro impianti produttivi in "madrepatria". Questa importerà dall'impresa dal capitalista connazionale che ha trasferito la sua azienda all'estero ciò che prima esportava. Ciò abbasserà il PIL di pro tanto provocando nuova disoccupazione e ulteriore carenza di domanda interna. Inoltre, proprio perché congetturalmente "efficiente", l'impianto delocalizzato troverà sede opportuna in una regione che dia ampia garanzia di permanere in condizione almeno di relativo sottosviluppo per un sufficiente lasso di tempo. Se così non fosse l'investimento all'estero in esame sarebbe privo di una razionale valutazione sul medio lungo periodo, che è quello su cui va programmato una volta concepita ed attuata la delocalizzazione stessa. Dunque esiziale per la madrepatria, dove il fenomeno della delocalizzazione ha un significativo impatto aggregato (molecolare), l'investimento all'estero non è che una goccia nell'oceano del mondo sottosviluppato dove è destinato ad insinuarsi una logica di "enclave": non mancando certo una vasta mappa geografica che assicuri un effetto insignificante (atomistico) sul territorio economico della nuova localizzazione produttiva.
Qui si rintraccia un ruolo del tutto passivo per il mondo sottosviluppato che il nostro quadro analitico ha fondatamente escluso dall'analisi che stiamo compiendo circa la tendenza dell'economia globalizzata tra gli attori più fortunati della globalizzazione. Ruolo che per un altro essenziale verso non li esclude dalla recita della grande tragedia annunciata.
Per ultimo e più importante tra i fattori che sostengono la nostra tesi circa la stagnazione tendenziale che attende le economie capitalisticamente più forti che animano il processo di globalizzazione, quello che riguarda una delle condizioni che definiscono il quadro "istituzionale" ("normativo") in cui la globalizzazione si inserisce concretamente. Si ricorderà cha a tal proposito abbiamo accennato alla "deregulation" che insieme alle politiche antitrust e alle politiche anti-immigrazione è l'unico elemento di regolamentazione ammesso dalla filosofia economica neoliberista.
Alla "regolazione" keynesiana dell'economia si contrappone quindi la "deregolamentazione" (deregulation), che si sostanzia nell'affidare ai privati tutto ciò che sin lì era stato direttamente o indirettamente affidato alla "mano pubblica". Compresi evidentemente i "monopoli" statali in settori dove la stessa scienza economica ortodossa, nei manuali utilizzati nei templi USA dell'ortodossia neoliberale e prontamente tradotti e diffusi in tutto il mondo pur dopo la svolta reaganiana e tatcheriana, concedeva interi capitoli dedicati ai "fallimenti del mercato".
Dunque le politiche "antitrust" ovvero "antimonopolistiche" tese a ridare al "libero mercato" ciò che gli era stato fondatamente sottratto sono ingredienti essenziali della filosofia della "deregulation": la libera concorrenza risultando la più "efficiente" e quindi la più "produttiva" forma di mercato deve essere l'unica formula su cui fondare i presupposti di una crescita ininterrotta e dispensatrice di maggior benessere per tutti.
Di qui lo smantellamento progressivo, le "privatizzazioni" delle attività economiche controllate dallo stato in forme monopolistiche da consegnare alla "superiore" logica della libera concorrenza. Smantellamento ancora in atto in misura più o meno ampia nei diversi contesti delle formazioni capitalisticamente "avanzate".
Orbene quel che la "giaculatoria" deregulation non tiene a mente e con essa i cattivi "consiglieri del principe" che ne rappresentano l'alibi scientifico, è solo e semplicemente che il supposto interesse del consumatore (nuovamente!), che dovrebbe beneficiare della diminuzione dei prezzi di monopolio grazie alla concorrenza che subentra ai "prezzi amministrati", in quanto percettore di reddito sarebbe condannato a vivere in una economia stazionaria. Cioè un'economia che non cresce; e ciò proprio nel momento ideale in cui la libera concorrenza dovesse raggiungere il suo massimo teorico. Infatti, quanto più la concorrenza è forte e quindi tanto meno dura la fase monopolistica che permette all'azienda innovatrice di accantonare risorse sottratte al suo profitto per ampliare in futuro la scale produttiva, tanto più esigui saranno gli accantonamenti per nuovi investimenti e per la stessa ricerca (ricerca e sviluppo, R&S) presupposto della stessa innovazione. Tutto ciò è tanto più vero a seguito delle attuali strategie aziendali incentrate sulla "creazione di valore per gli azionisti" in precedenza discusse.
Orbene, in un sistema economico dove non si ha più tendenzialmente innovazione la libera e perfetta concorrenza conduce inesorabilmente all'azzeramento del profitto e con esso della stessa possibilità di nuovi investimenti dando luogo ad una situazione di Kreislauf (Schumpeter) ovvero di flusso circolare di un reddito nazionale costante. E ciò in un'economia "chiusa". Nel mentre molto più tragici sono gli esiti in ipotesi di un'economia "aperta", ovvero che concorre senza alcuna protezione al "free trade" sul mercato internazionale. Free trade (libero scambio) che altro non è che la declinazione sul piano internazionale del principio del laissez-faire sul pian interno. In tale scenario l'unica arma per resistere alla competizione sarà quella di abbattere progressivamente il costo del lavoro (unica variabile su cui si può incidere dall'interno, visto che materie prime e macchinari hanno per ipotesi prezzi stabiliti sul mercato internazionale delle merci. Di qui il rinforzarsi del perverso circolo vizioso che spinge alla ulteriore globalizzazione; cioè alla ricerca di sbocchi esteri per il venir meno della domanda interna. Ma ciò è vero per tutti i competitori del capitalismo "avanzato", che devono quindi puntare sulla diminuzione del costo del lavoro "nazionale", e così via sulla strada che conduce inesorabilmente alla stagnazione dell'economia globale. Di qui l'invocazione continua alla "flessibilità" del lavoro, storicamente così condannato a cedere quanto aveva sin qui strappato alla sua condizione di merce, come agli albori del capitalismo. Merce (materie prime, macchinari, ecc.) che ha la caratteristica di valere esattamente il suo costo di riproduzione. Costo di riproduzione che nel caso della forza lavoro coincide con la pura sussistenza (quel tanto cioè che permette la pura sopravvivenza fisica). Insomma: "merce eri e merce tornerai ad essere", questo in buona sostanza si cela dietro gli appelli alla "flessibilità".
Di bel nuovo ci siamo dunque imbattuti nella spirale che conduce alla tendenziale stagnazione nelle "metropoli" del capitalismo globale: offerta via via costretta a perdere impeto dinamico e domanda interna decrescente per via principalmente della diminuzione dei consumi legati alla sempre maggior "flessibilità" del lavoro. Con la prospettiva di un salario di equilibrio internazionale imposto dal concorrente che può permettersi (per motivi storici, politici) di pagare il minimo salario rispetto ai suoi avversari di ("libero") mercato, come abbiamo già visto. Alla lunga, infatti, la mobilità dei capitali (delocalizzazione/deindustrializzazione) si farà beffa dell'ultimo residuo protezionistico in epoca di globalizzazione), cioè la non libera circolazione internazionale del lavoro (politiche anti-immigrazione). Ci vorrà solo più tempo. Si tratterà infatti di far si che sia la "montagna ad andare da Maometto" piuttosto che il contrario, evidentemente richiedente meno tempo. Mai così opportuna è stata la metafora islamica appena utilizzata, una volta che la "globalizzazione" attraverso il suo miope braccio armato sta incrementando i suoi articoli di fede, convincendo l'Occidente che la globalizzazione è anche una "guerra di civiltà" (contro quella mussulmana), compresa l'esportazione della democrazia con le bombe e i missili.
E' naturalmente sconcertante che l'ultimo aspetto esaminato della ricetta in cui si sostanzia il retroterra "scientifico" della globalizzazione, quello delle politiche antitrust di cui la deregulation è ingrediente essenziale, sia sostenuto in spregio ad uno dei poche snodi teorici in cui sia possibile per la "Economia Politica" di raggiungere risultati incontrovertibili. Non meno sconcertante, anzi terrificante è il fatto che quanto abbiamo evidenziato circa il significato ultimo di una situazione di libera concorrenza in mancanza di innovazioni deriva dall'insegnamento di quello che oltre ad essere uno dei più grandi economisti di tutti i tempi non è mai stato battuto da altri in termini di orientamento conservatore: J. A. Schumpeter.
Ci sono tutti gli elementi per far tremare le vene ai polsi: cosa attenderci da mediocri e beceri "consiglieri del principe"? Specie in una fase storica dove non c'è "principe" che non sia un seguace del "fondamentalismo di mercato", tanto più tale quanto più a "sinistra" si deve fugare il sospetto di provenire da una cultura "dirigista", statalista, "comunista", rimproveratagli, con il successo decretato dallo "spirito dei tempi", da oppositori di "destra".

 
 

Basterà il maxi piano di salvataggio ad evitare il default o lo spezzatino di Citigroup?

lunedì 24 novembre 2008

Basterà il maxi piano di salvataggio ad evitare il default o lo spezzatino di Citigroup?


La notizia del tentativo di salvataggio del colosso creditizio Citigroup è giunta stamane all'apertura dei mercati asiatici, il Nikkei era chiuso per festività, ma non è riuscita, vista la vaghezza dei dettagli, ad impedire la chiusura in rosso di Hong Kong e di Shanghai, perdite, tuttavia, alquanto ridotte rispetto allo scivolone iniziale registrato da entrambi i listini.

Si tratta di un piano di intervento alquanto complesso, che prevede un'ulteriore iniezione di capitale per 20 miliardi di dollari dopo i 25 miliardi già stanziati un mese fa circa, mentre la parte più interessante riguarda una garanzia offerta dal Dipartimento del Tesoro, dalla Federal Reserve e dalla Federal Deposit Insurance Corporation sulle perdite potenziali relative a 306 miliardi di titoli più o meno tossici della finanza strutturata che fanno parte dei 2.000 miliardi di dollari di total assets facenti capo a Citi (erano 2.500 prima dell'energica cura dimagrante prescritta dal giovane Chief Executive Officer indiano, Vikram Pandit, pisologicamente assistito da quella vecchia volpe che risponde al nome di Robert Rubin, una vita spesa in Goldman Sachs, poi ministro del Tesoro sotto Bill Clinton ed, infine, un incarico pressoché onorifico da 60 milioni di dollari l'anno proprio in Citigroup).

I 20 miliardi di dollari in azioni ordinarie di Citi saranno a carico del TARP, il fondo da 700 miliardi di dollari approvato dal Congresso dopo tante incertezze e l'insurrezione della minoranza repubblicana, mentre il costo non quantificato della garanzia andrà a carico delle tre entità federali coinvolte nel salvataggio, anche se è previsto che i primi 29 miliardi di dollari di perdite andranno a sul conto economico di Citi, mentre la restante parte sarà sostenuta dallo Stato per il 90 per cento (la parte a carico della Fed prenderà la forma di un finanziamento a Citi), mentre il 10 per cento sarà sostenuto dalla banca.

Non è solo previsto che il costo della garanzia sarà trasformato in azioni privilegiate di Citi per 7 miliardi di dollari, ma è stato anche scritto nero su bianco che il dividendo trimestrale per azione non potrà essere superiore ad un centesimo di dollaro per i prossimi dodici trimestri, contro i 16 centesimi attuali ed i 32 centesimi pagati nello scorso trimestre (si consideri che per una regola non scritta le azioni della banca garantivano, negli anni passati, un rendimento del 7,5 per cento, quasi si trattasse di obbligazioni e non di titoli di rischio e pertanto legati all'effettivo andamento della gestione), mentre vengono previste anche non meglio precisate limitazioni alle remunerazioni ed aboliti i bonus precedentemente previsti.

Ma la parte più importante del piano di salvataggio della seconda banca commerciale statunitense, peraltro presente in 100 paesi del globo, prevede l'estensione del modello Indymac, la banca californiana andata a zampe all'aria a luglio, di rinegoziazione dei mutui, un modello che prevede che i mutuatari in difficoltà paghino soltanto il 3 per cento di tasso e che l'importo annuale delle rate non superi il 38 per cento del reddito del mutuatario, una soluzione che mira a ridurre al minimo il numero di espropri immobiliari e che oltre che da Citigroup, verrà prossimamente adottato anche dalle nazionalizzate Fannie Mae e Freddie Mac.

Come ben evidenziato dal comunicato diffuso stamane dalle tre entità governative impegnate nel salvataggio di Citi, alle intense negoziazione ha partecipato anche il futuro ministro del Tesoro statunitense ed attualmente presidente della Fed di New York, Timothy Geithner, oltre che ovviamente ai numeri uno attuali del ministero del Tesoro, della Fed e della FDIC, una presenza che ha certamente influito sulle modalità tecniche e 'sociali' dell'intervento, nonché sulle limitazioni alle retribuzioni ed ai dividendi e sulla sospensione dei bonus.

L'aspetto più inquietante del gigantesco financial bailout è rappresentato dal fatto che, ad onta delle sue dimensioni, non è del tutto sicuro che sarà sufficiente a risolvere tutti i problemi di una banca che era ritenuta sino a pochi mesi orsono una delle meno toccate dagli alti marosi della tempesta perfetta in corso oramai da sedici mesi e mezzo, tanto è vero che era stata prescelta per il salvataggio di Wachovia Bank, la quarta banca statunitense, finita poi nelle braccia, pare alquanto più solide, della Wells Fargo, la banca che trae le sue origini dalla compagnia che assicurava le comunicazioni nell'allora selvaggio West.

La reazione dei principali mercati azionari europei alla notizia del tentativo di salvataggio di Citigroup è stata, ovviamente, quasi euforica, con rialzi che stamane andavano dai 2 ai quasi 4 punti percentuali, anche se sono risultate subito evidenti l'andamento in netta controtendenza delle due maggiori banche francesi che, a differenza delle altre banche europee e delle principali compagnie di assicurazione, segnavano flessioni significative che contrastano nettamente con il forte rialzo della britannica Barclays o della svizzera UBS, mentre improntate a molto maggiore prudenza appaiono i rialzi delle banche italiane e delle altre banche poste al di qua ed al di là della Manica.

Una spiegazione dell'andamento difforme delle banche europee potrebbe essere ascrivibile all'indeterminatezza dei piani di razionalizzazione e concentrazione prossimi venturi da parte dei governi dei quattro principali paesi dell'Unione europea, il che spiegherebbe, almeno in parte, il motivo del balzo in avanti delle quotazioni delle azioni delle poche banche che hanno deciso di non utilizzare i finanziamenti pubblici e di rivolgersi ai propri azionisti per gli indispensabili aumenti di capitale.

Non resta che attendere la reazione dei mercati azionari statunitensi che, dopo il rally di venerdì scorso legato alle sempre più probabili nomine nella futura amministrazione Obama, daranno modo di comprendere meglio quante chances il mercato attribuisce alle possibilità di successo del salvataggio di Citigroup.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell'associazione Free Lance International Press all'indirizzo http://www.flipnews.org/ mentre gli atti del convegno sono esportabili dal sito http://www.uil.it/ nella sezione del dipartimento di politica economica.

Non me ne intendo di robe complicate quali backbones

Non me ne intendo di robe complicate quali backbones, mainframes, servers eccetera. Ma, essendo parecchio attaccata emotivamente alla Rete, mi chiedo cosa succederà ad Internet ai tempi della crisi.

So perfettamente che alcuni prodotti/servizi non solo non subiranno contraccolpi, ma se possibile conosceranno un boom nel momento delle difficoltà. Internet sarà tra questi?

Le persone taglieranno la spesa "superflua" della connessione, ad esempio? In Italia un'ADSL decente costa ormai appena 9 euro al mese. Molto meno di una pay-TV: ha senso privarsene? Ha senso tenersela, d'altra parte, quando magari si è costretti a risparmiare sul cibo o sul riscaldamento o sugli spostamenti? Che valore ha davvero la preziosa quantità di informazioni reperibili in Rete? E la possibilità di restare in contatto con persone lontane praticamente gratis?

Sono convinta che, se le compagnie telefoniche riusciranno a non comportarsi nella solita squallida maniera italica, vedremo finalmente comparire le offerte telefoniche "solo Internet". Ce ne sarà una gran richiesta, in futuro.

E gli acquisti online? Spesso c'è una notevole convenienza, incluse le spese postali, rispetto al centro commerciale. Negli USA, oppressi dalla crisi dei consumi, sembra che le vendite natalizie online stiano andando benissimo. Ed Ebay? Che posto avrà, quando la gente comincerà a pensare di disfarsi di oggetti inutili per realizzare un po' di denaro? Vedremo Ebay prendere il posto dei mercatini della Russia post-comunista, o del baratto argentino?

Finora la Rete ha costituito un piccolo lusso per molti, uno mero strumento di lavoro per tanti altri. Riuscirà a trasformarsi, come altre volte ha già fatto, in una vera rete umana per lo scambio di merci e informazioni a costo quasi nullo? O finirà anch'essa nel dimenticatoio destinato agli ormai obsoleti gadgets del benessere?

Debora Billi
Fonte: http://crisis.blogosfere.it
Link: http://crisis.blogosfere.it/2008/11/crisi-cosa-sara-di-internet.html
24.11.08
 
 

La crisi che ha colpito il capitalismo non è dovuta a una superfetazione della finanza rispetto l'economia reale.

La crisi che ha colpito il capitalismo non è dovuta a una superfetazione della finanza rispetto l'economia reale. La sua genesi va infatti cercata nel ruolo del credito nel funzionamento stesso del sistema capitalistico. Un sentiero di lettura a partire dal crack delle borse


«Questa contraddizione erompe in quel momento delle crisi di produzione e delle crisi commerciali che si chiama crisi monetaria. Essa avviene soltanto dove si sono sviluppati pienamente il processo a catena continua dei pagamenti e un sistema artificiale per la loro compensazione. Quando si verificano crisi generali di questo meccanismo, quale che sia l'origine di esse, il denaro si cambia improvvisamente e senza transizioni: da figura solo ideale di moneta di conto, eccolo denaro contante. Non è più sostituibile con merci profane. Il borghese aveva appena finito di dichiarare, con la presunzione illuministica derivata dall'ebbrezza della prosperità, che il denaro è vuota illusione. Solo la merce è denaro. E ora sul mercato mondiale rintrona il grido: "Solo il denaro è merce!". Come il cervo mugghia in cerca d'acqua corrente, così la sua anima invoca denaro, l'unica ricchezza».
Sostituite alla generica «merce» la parola «derivato» (o magari, se siete esterofili, termini come bond o collateralized debt obligation) e in questo passo del Capitale di Karl Marx avrete una rappresentazione fedele della crisi attuale. Una crisi nient'affatto semplice e che, nonostante tutti si sforzino di non accostare al famigerato 1929, rischia preoccupantemente di assomigliargli, soprattutto per il radicale fraintendimento della sua natura.



Il dio del dollaro
In questi giorni, molti benpensanti ci hanno spiegato che la colpa dell'accaduto andava ricercata nel fatto che l'economia finanziaria si è sviluppata a scapito dell'economia reale, per cui la speculazione - e non di rado la frode - ha avuto la meglio sull'investimento produttivo. Perfino sul Sole-24 Ore abbiamo letto che il denaro non genera denaro come da Dio Padre si genera Dio Figlio, mentre il Papa, sentendosi logicamente chiamato in causa, ha voluto di ricordarci che l'unica vera ricchezza è la parola di Dio: raccomandazione inutile, visto che da sempre il motto «In God We Trust» campeggia sui dollari americani.
Si tratta di litanie vecchie di secoli. Di almeno due secoli, se è vero che lo stesso Marx se ne prendeva gioco già nei Grundrisse, a proposito della riforma monetaria di cui favoleggiavano i seguaci di Proudhon. Il problema di fondo, infatti, è costituito dal fatto che il modo di produzione capitalistico si fonda su di una strutturale confusione tra moneta e credito, una confusione che a sua volta si deve al fatto che la moneta è interamente originata dal credito.
È un fatto di cui non sempre abbiamo piena comprensione: nella vita di tutti i giorni, infatti, ricorriamo al credito per ottenere moneta e ci serviamo di quest'ultima per pagare i debiti. Ma la moneta che circola in un'economia capitalistica deriva in ultima istanza da un debito della banca centrale, a copertura del quale non c'è alcun attivo che non siano i debiti delle banche commerciali, i quali a loro volta hanno come unica contropartita i debiti delle imprese. Come dire che, non appena proviamo a verificare più dappresso che cosa sia la moneta, anzi cosa usiamo come moneta, scopriamo che usiamo debiti.

Del resto, la moneta emessa dalla banca centrale (ossia le banconote e gli spiccioli di metallo che costituiscono il «contante») non esaurisce affatto i moderni modi di pagare: altri e numerosi ne vengono generati dal sistema delle banche commerciali e delle istituzioni finanziarie proprio attraverso il credito, in un processo che solo marginalmente dà luogo a circolazione fisica di contante e per la maggior parte, invece, costituisce un sistema di creazione e distruzione di moneta attraverso il reciproco riconoscimento di crediti e debiti fra gli agenti della circolazione.

La produzione capitalistica, infatti, è costituita da cicli di produzione, scambio e consumo essenzialmente finanziati da crediti e, fintanto che i pagamenti si compensano l'uno con l'altro, il denaro si sviluppa solo nella sua forma di misura dei valori: da un lato, nel prezzo delle merci scambiate, dall'altro nella grandezza delle obbligazioni reciproche. La ragnatela di rapporti che viene così a costruirsi si regge essenzialmente sulla fiducia generale che ciascun operatore avrà sempre di che pagare i propri debiti. E finché tutto scorre normalmente, tutto può diventare fonte di credito, cioè di moneta: derrate alimentari, prodotti industriali, obbligazioni strutturate. Persino la mera forza-lavoro, come ha insegnato l'esperienza dei mutui subprime.

L'anima nera dell'economia
Non è dunque un caso che Marx, fin dai suoi scritti giovanili, richiami l'attenzione su questa polarità inscindibile di merce e moneta creditizia, in cui l'una rimanda all'altra e viceversa: si tratta di un legame che sorge con il modo di produzione capitalistico. Un merito non secondario dell'economia borghese, a suo avviso, sta anzi nella sua capacità «di riconoscere questa esistenza del denaro sotto tutte le forme di merce e quindi di non credere al valore esclusivo della sua ufficiale esistenza»: l'«anima del denaro» si trova infatti «in tutte le articolazioni della produzione e in tutti i movimenti della società borghese».

Ma in essi c'è pure l'anima della crisi. «In epoca di commozioni che interrompono con violenza il corso dei pagamenti e perturbano il meccanismo della loro compensazione, il denaro trapassa improvvisamente dalla sua figura aerea, arzigogolata dal cervello, di misura dei valori a quella di solida moneta ossia mezzo di pagamento», scrive Marx in Per la critica dell'economia politica. E in questo «subitaneo trapasso del sistema creditizio a sistema monetario», che oggi chiamiamo crisi finanziaria, il «terrore teorico» si aggiunge «al panico pratico, e gli agenti della circolazione rabbrividiscono dinanzi al mistero impenetrabile dei loro propri rapporti».

Di quale mistero stia parlando Marx è presto detto. Poiché le merci che si scambiano sul mercato sono il prodotto di un lavoro privato, i produttori immediati scoprono che «quella stessa divisione del lavoro, che li rende produttori privati indipendenti, rende poi indipendente anche proprio da loro il processo sociale di produzione e i loro rapporti entro questo processo», che «assume la forma di un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo». E se la divisione del lavoro «trasforma il prodotto del lavoro in merce» e rende necessaria «la trasformazione della merce in denaro», allo stesso tempo «rende casuale che ogni singola transustanziazione riesca o meno», e costringe ogni produttore a far di tutto per sfuggire alle catastrofiche conseguenze dell'impossibilità di vendere e, col ricavato, far fronte ai propri debiti.

Un regime fondato sul debito
È qui che si coglie l'inanità di ogni pretesa di separare moneta e credito, produzione e finanza, commercio e speculazione: ritardare i pagamenti e fare accavallare i ritardi gli uni sugli altri, come ha spiegato lo storico Marc Bloch sulla falsariga di Marx, è da sempre «il grande segreto del regime capitalistico moderno, la cui definizione più esatta sarebbe forse: "un regime che morirebbe in caso di una verifica simultanea di tutti i conti"». Visto in quest'ottica, anzi, il moderno sistema finanziario non rappresenta affatto quell'inessenziale superfetazione del sistema produttivo di cui ci raccontano tanti commentatori, ma piuttosto il tentativo - gigantesco quanto impossibile - di trasformare in un rischio calcolabile l'incertezza che l'indefinita procrastinazione dei pagamenti porta con sé.

Alla radice della crisi monetaria, infatti, non troviamo i presunti «eccessi» della speculazione, ma - spiega Marx - i movimenti del ciclo industriale. In un sistema in cui domanda e offerta procedono alla cieca, la crisi rappresenta l'unico modo in cui può realizzarsi la perequazione delle inevitabili sproporzioni fra le diverse branche della produzione e, più in generale, fra produzione e consumo; detto altrimenti, sono «acquisti e vendite reali che, avendo assunto un'estensione di gran lunga superiore al bisogno sociale», stanno «in definitiva alla base di tutta la crisi».

È senz'altro vero, e Marx lo annota puntualmente, che «una massa enorme» di acquisti e vendite «rappresenta soltanto affari truffaldini che ora vengono finalmente a galla», o «speculazioni fatte con capitale altrui e non riuscite». Ma di qui a sostenere che la colpa sia della speculazione e che tutto andrebbe per il meglio se solo si riuscisse a imbrigliarla in un sistema di regole idonee ad arginare i suoi epidemici conflitti d'interesse ne corre.
Nel Capitale si trovano due ulteriori considerazioni. La prima è che «tutto questo sistema artificiale di ampliamento violento del processo di riproduzione non può naturalmente essere risanato per il fatto che una banca fornisce in carta a tutti gli speculatori il capitale che fa loro difetto ed acquista al loro antico valore tutte le merci ora deprezzate», così come invece prevedeva la versione originaria del piano Paulson, presentata tre settimane fa: se n'è convinta anche Wall Street, la cui rovinosa caduta ha indotto il governo statunitense a perseguire la più drastica strada dell'ingresso di capitale pubblico nelle banche.

La seconda considerazione concerne proprio la natura del credito, che - proprio nella misura in cui permette di «distanziare ancora di più le operazioni di compera e vendita» - consente una «socializzazione della produzione» anche dal lato del valore, che si affianca a quella già realizzata sul piano della produzione materiale dall'avvento del «lavoratore complessivo», cioè dell'industria moderna. «Esso elimina con ciò il carattere privato del capitale e contiene in sé, ma solamente in sé, la soppressione del capitale stesso», annota Marx al riguardo. Nulla a che vedere col «comunismo del capitale», di cui in queste settimane si è tornato a parlare in ambienti culturali tardo-operaisti, ma caso mai la lucida anticipazione che il credito «costituisce la forma di transizione verso un nuovo sistema di produzione». Che sia già successo è un fatto. Che succeda ancora è una possibilità, in vista della quale bisognerebbe tornare ad affinare gli strumenti dell'analisi marxista.


SCAFFALI
Dalle piramidi alla Città del Sole


Come ha dimostrato Roberto Fineschi nel suo «Ripartire da Marx» (La Città del Sole), il carattere preparatorio della sterminata mole di appunti redatti da Marx per il terzo libro del Capitale ha fatto sì che, nella versione data alle stampe da Engels, l'architettura logica che doveva presiedere alla trattazione del credito finisse per perdersi. Un vero problema, specie considerando le opinioni antistoriche che la teoria economica borghese ha dal suo sorgere dispensato sulla natura della moneta. Come adesso spiega Massimo Amato ne «Le radici di una fede. Per una storia del rapporto fra moneta e credito in Occidente» (Bruno Mondadori), le forme economiche precapitalistiche erano fondate sulla distinzione istituzionale fra moneta come misura dei valori e moneta come mezzo di pagamento. Non è dunque vero che la moneta abbia sempre incorporato le funzioni di unità di conto, mezzo di pagamento e riserva di valore, ma l'unificazione di queste tre funzioni in un unico segno monetario segna una cesura nella storia monetaria e finanziaria della modernità: una cesura che è alla radice del motivo per cui l'economia politica è sempre stata una scienza assai più religiosa di quanto gli economisti non siano disposti ad ammettere.

Luigi Cavallaro
Fonte: www.ilmanifesto.it
23.11.08
 

Commercio: Fipe,chiudono piu' attivita' di quante ne aprono

<html>
  <head>
  </head>
  <body>
   
    <div style="margin-top: 3px">
      ROMA (MF-DJ)--Per la prima volta i pubblici esercizi che hanno abbassato
      le saracinesche sono stati piu' numerosi di quelli che hanno tentato di
      avviare una nuova attivita'. E' l'allarme del Centro Studi Fipe
      (Confcommercio), secondo cui la recessione e' gia' arrivata anche nel
      settore dei consumi fuori casa, mietendo centinaia di vittime fra i
      gestori dei locali pubblici. Nel terzo trimestre 2008, fra bar e
      ristoranti, ben 3.439 soggetti hanno rinunciato all'impresa contro 3.089
      che invece si sono immessi sul mercato, creando un saldo negativo pari a
      350 unita'. &quot;Se i dati a fine anno confermassero questa tendenza -ha
      spiegato Lino Enrico Stoppani, presidente Fipe- significherebbe che
      siamo in piena crisi strutturale. Da tempo denunciavamo la sofferenza
      del settore con i cali di fatturato, di produttivit... e di
      redditivita'. E' il segnale di una crisi piu' profonda di quanto si
      possa immaginare, peggiore anche a quella del '93&quot;. Secondo la Fipe
&quot;per
      risalire la china e' necessario uno sforzo comune. La politica deve
      garantire una eguaglianza di regole su chi opera nello stesso mercato e
      soprattutto ci aspettiamo una responsabile revisione degli studi di
      settore, in considerazione degli effetti congiunturali dei redditi
      imponibili delle nostre imprese&quot;. Entrando nel dettaglio dei numeri
si
      registra una sofferenza maggiore fra i bar, soprattutto quelli
      localizzati nelle regioni centrali e in qualcuna del Nord. A tirare la
      classifica negativa e' la Toscana con un 131 chiusure che hanno portato
      il saldo a -45 unita', seguita di misura da Campania ed Emilia Romagna.
      Nel settore della ristorazione, invece, e' il Nord ad avere la peggio.
      La crisi piu' forte si registra in Lombardia con un saldo negativo di 30
      unita' (174 chiusure contro 144 aperture) a cui si allinea il Veneto con
      100 chiusure a fronte di 71 nuovi avviamenti. Il Sud, in questo caso, e'
      in contro tendenza. La Calabria con50 unita'. &quot;Se i dati a fine anno
      confermassero questa tendenza -ha spiegato Lino Enrico Stoppani,
      presidente Fipe- significherebbe che siamo in piena crisi strutturale.
      Da tempo denunciavamo la sofferenza del settore con i cali di fatturato,
      di produttivit... e di redditivita'. E' il segnale di una crisi piu'
      profonda di quanto si possa immaginare, peggiore anche a quella del
      '93&quot;. Secondo la Fipe &quot;per risalire la china e' necessario uno
sforzo
      comune. La politica deve garantire una eguaglianza di regole su chi
      opera nello stesso mercato e soprattutto ci aspettiamo una responsabile
      revisione degli studi di settore, in considerazione degli effetti
      congiunturali dei redditi imponibili delle nostre imprese&quot;. Entrando
nel
      dettaglio dei numeri si registra una sofferenza maggiore fra i bar,
      soprattutto quelli localizzati nelle regioni centrali e in qualcuna del
      Nord. A tirare la classifica negativa e' la Toscana con un 131 chiusure
      che hanno portato il saldo a -45 unita', seguita di misura da Campania
      ed Emilia Romagna. Nel settore della ristorazione, invece, e' il Nord ad
      avere la peggio. La crisi piu' forte si registra in Lombardia con un
      saldo negativo di 30 unita' (174 chiusure contro 144 aperture) a cui si
      allinea il Veneto con 100 chiusure a fronte di 71 nuovi avviamenti. Il
      Sud, in questo caso, e' in contro tendenza. La Calabria conquista il
      primato (del terzo trimestre) del saldo positivo fra iscrizioni e
      cessazioni piu' alto sia nel canale bar (36), sia nel canale ristoranti
      (23). com/ren (END) Dow Jones Newswires November 24, 2008 09:11 ET
      (14:11 GMT) Copyright (c) 2008 MF-Dow Jones News Srl.
    </div>
  </body>
</html>
 

What MUST Be Done To Avoid Financial Destruction

What MUST Be Done To Avoid Financial Destruction
Jim Sinclair

My Dear Extended Family,
Things are now "Out of Control."
This international financial crisis is now out of control as the world asks if the USA has two presidents, one president or no president at all.
It would appear that Paulson is in financial control with Bernanke as his second.
I warned you by personal email long before the statement was proven totally correct that "This is it." That was followed by "This is it, and it is now." Many people laughed it off.
This is it, and it is now.
Now it is out of control.
Now we enter the Collapse of Confidence period.
Then we begin the Weimar Experience.
It has all hit the fan, and still the absolute majority have no clue. The OTC derivative dealers broke the system into millions of pieces of glass. This broken glass cannot be put back together.
It is heart rending to see a picture of GM autoworkers holding a prayer meeting for their retirement funds. The retirement money was never funded. It is a lost hope. This is another responsibility the government has undertaken that is going to go wild.
Those of you still in freeze frame are headed for lines around your bank. Your bank will likely be acquired by another bank that also is in deep trouble.
The US dollar, like a leaderless company, will lose its respect and therefore value.
In order of importance the following MUST be done unless you want to be one of the suffering masses that will be all too visible this winter:
1. You must have your assets held anywhere they are in true custodial-ship accounts. That type of account at a bank or broker states clearly that the assets held there are not on the balance sheet of the host financial entity. Those assets are clearly segregated in your name. This must be reviewed by counsel to be sure you have what you think you have. Don't cheap out. All you have is depending on the validity of true custodial-ship accounts.
You cannot know all the banks are broke, however I feel ALL banks are broke because finance is an intertwined system that if visible would look like a spider's web. Problems on the top will materialize all along the web. Therefore the singular most important step you must take is the establishment of a true custodial-ship account.
Do not assume you have this type of account unless a competent attorney reviews the account papers.
2. I am extremely concerned about those of you who persist in holding certificates for gold rather than holding the actual metal either delivered to you or held for you in a true custodial-ship type account. The scams out there in gold are plentiful. The only way to avoid these scams absolutely is to have your gold in your own possession.
Every other means of holding gold is steps away from perfection. Some will be ok, but many will not.
3. Why would anyone fail to either take paper certificates or order their financial agent to make direct registration book entry at the transfer agent? In most cases you only have until year-end to accomplish this strategy.
4. Withdraw from ETFs.
5. If you carelessly keep large assets with your broker you are as mad as a hatter. The FDIC DOES NOT have the money to guarantee all they are undertaking. Withdraw excess money constantly from any net broker. If you are so stubborn that you think you can trade to insure yourself when your funds are not making money while still getting your money that counts you are nuts. Admit to yourself you are nothing more than a gambling addict in a downward spiral.
6. Leave no gold or coins with any coin dealer.
7. If you can withdraw from your corporate retirement plan do it.
8. Withdraw from credit unions.
9. Withdraw from all money market instruments.
10. This is it.
11. It is now.
12. It is out of control NOW.
The next two months are going to be shocking, but nothing compared to what you will have to experience in 2009.
Respectfully yours,
Jim

jsmineset.com


L' OMBRA DELLA GRANDE QUERCIA IMMOBILIARE!

L' OMBRA DELLA GRANDE QUERCIA IMMOBILIARE!

Non potevo non paragonare il mercato immobiliare ad una grande quercia, un albero maestoso simbolo della sicurezza, simbolo della forza della natura, si il mercato immobiliare mondiale, qualcosa di reale in un mondo virtuale, dal valore complessivo di circa 70.000 miliardi di dollari riferiti al 2005 ( According to estimates by The Economist, the total value of residential property in developed economies rose by more than $30 trillion over the past five years, to over $70 trillion, an increase equivalent to 100% of those countries' combined GDPs. stima ad opera dell'Economist) da confrontare con il  "Salice piangente" dell' Over the Counter nozionale dei derivati stimabile in circa dieci volte il suo valore quasi 700.000 miliardi di dollari. (bis.org)

Da ormai troppi mesi continuo a scrivere che il centro  di gravità permamente di questa crisi è da ricercarsi nella dinamica dei mercati immobiliari mondiali ed in particolare di quello americano in grado di contribuire ad una crescita irreale del prodotto interno lordo americano, attraverso il MEW MortgageEquityWithdrawals ovvero la possibilità di estrarre equity, ricchezza dalle proprie abitazioni in base alla rivalutazione del proprio patrimonio immobiliare.

Ebbene senza questo "gioiello" di creatività finanziaria in questi anni, il PIL americano sarebbe cresciuto in media di un 1% annuo, simile più ad una crescita recessiva che ad un periodo di espansione economica, sostenendo attraverso i consumi oltre il 70 % del PIL americano.

Oggi l'effetto di questa magia finanziaria si è dissolto come nebbia al sole, la stessa nebbia che ha oscurato per anni le reali dinamiche di un ciclo che era giunto al suo tramonto.


Kennedy Greenspan Mortgage Equity Withdrawal Click on graph for larger image in new window.

Questo grafico qui sopra proviene come spesso avete avuto occasione di osservare in passato, da CALCULATEDRISK un blog, due autentici fuoriclasse di pura razza per la più grande depressione immobiliare della storia, due grandi professionisti che hanno accompagnato Icebergfinanza in questa tempesta perfetta, in grado di evidenziare ogni dettaglio del mercato immobiliare americano, un blog che io per primo nella primavera del lontano ormai 2007 portai all'attenzione dei lettori italiani, quando ancora in Italia molti pensavano che subprime avesse a che vedere con ............l'esplorazione marina.

In CENTRO_DI GRAVITA'_PERMANENTE abbiamo parlato diffusamente delle reimpostazioni dei famigerati mutui ARMs che nei prossimi mesi produrranno congiuntamente agli effetti del credit crunch e dell'aumento delle disoccupazione un miscela esplosiva per l'intero sistema economico e sociale americano, già sotto pressione per la possibilità del tramonto definitivo del sistema produttivo manifatturiero ed in particolare del settore automobilistico.

Il buon Buffet travolto dall'irrazionalità di una tempesta che non guarda in faccia nessuno, una tempesta che fa volare i credit default swaps della sua Berkshire Hathawy oltre il costo di assicurazione di un più probabile default di una Citigroup tanto per non fare nomi sussurra.....

"There are going to be more people unemployed…but I'm not worried about how we come out in the end. I mean, I'm not worried about five years from now. Five months from now, can be very painful…it will be considerably higher…It will happen eventually [surpassing 8%], and we will go on to new heights, but it will not turn around by mid-year next year." usnews.com

......nel suo proverbiale ottimismo di lungo termine, nessuna preoccupazione da qui a cinque anni, ma nei prossimi cinque mesi sarà peggio di quello che chiunque si apetti e la sua previsione di una ripresa dalla metà del prossimo anno è un eccesso di ottimismo che non si sposa con la mia visione di una prossima depressione.

La lista degli stati americani con percentuale di inflazione che ormai viaggia oltre l' 8 % si sta allungando di mese in mese, lista che potrete trovare al seguente indirizzo.

48 SOUTH CAROLINA 8
49 CALIFORNIA 8.2
50 MICHIGAN 9.3
50 RHODE ISLAND 9.3

inoltre ormai molti sono gli stati che segnano percentuali oltre il 6,5 % media ufficiale nazionale pubblicata dal BLS!

36 KENTUCKY 6.8
37 FLORIDA 7
37 GEORGIA 7
37 NORTH CAROLINA 7
37 TENNESSEE 7
41 MISSISSIPPI 7.2
42 ILLINOIS 7.3
42 OHIO 7.3
42 OREGON 7.3
45 ALASKA 7.4
45 DISTRICT OF COLUMBIA 7.4
47 NEVADA 7.6

Solo un imponente "NEW DEAL" di proporzioni epocali, congiunto e coordinato che non permetta di rivedere il fantasma del protezionismo, potrà nel corso degli anni farci uscire da questa crisi. Si protezionismo anche perchè se tutti hanno ben presente la variabile che approfondi la grande depressione del '29, le industrie manifatturiere mondiali in crisi, se non vicine spesso al fallimento dovranno invocare una cascata di aiuti governativi.  Aiuti o sussidi non cambia, se l'intensità dell'intervento è differente da paese a paese, le reazioni protezionistiche non si faranno attendere.

Resto semplicemente allibito da come in America il salvataggio del sistema finanziario americano sia stato deciso ed attuato senza tanti pensieri, mentre per quanto riguarda lo spettro del settore automobilistico che porta con se l'ombra di milioni di licenziamenti si protrae nel tempo la soluzione. Stesso discorso vale anche per quanto riguarda l'Europa, si salviamo il sistema finanziario, tanto ormai questo è una globalizzazione di servizi, l'industria manifatturiera può morire in pace!

Questa è una depressione, a qualcuno fa paura sentire questa parola, per mesi e mesi vi ho fatto conoscere i sintomi della grande depressione, analogie e ricorsi, ma come dice Krugman.....Now, if all goes well the Obama stimulus plan will head off the worst. But that will be precisely because we understood that the current crisis is, indeed, like the Great Depression in important ways.

Only those who learn from history can hope to avoid repeating it....anche se sino ad ora nessuno o quasi di coloro che hanno il timone dell'economia mondiale hanno capito nulla, sottovalutando tutto.

Anche Daniel Gross si cimenta nel allontanare lo spettro della Grande Depressione, Don't Get Depressed, It's Not 1929 Why all those Great Depression analogies are wrong. newsweek.com ....

Back then, we were cursed with a feckless Federal Reserve, and a wealthy Treasury secretary, Paul Mellon, saw the downturn as a force for good. "Liquidate labor, liquidate stocks, liquidate the farmers, liquidate real estate," he said. "People will work harder, live more moral lives." By contrast, today's Federal Reserve chairman, Ben Bernanke, is a student of the Great Depression, and the wealthy Treasury secretary, Henry Paulson, wants to provide liquidity to stocks, farmers, and real estate. A final difference: After the 1929 crash, the nation had to wait more than three years for a president who simply wasn't up to the job to leave the scene. This time, we've got to wait only two more months. "People will work harder, live more moral lives."

Si Bernanke è uno studente della Grande Depressione......e Paulson la divina provvidenza, il fornitore ufficiale di liquidità ideologica, solo dove serve in modo che non arruginisca l'ideologia del libero mercato, si  un uomo dalle idee chiarissime, prima aspiriamo i titoli tossici, poi seminiamo terrore sulla necessità assoluta di approvare il tutto nello spazio di un istante senza sapere in ............................................. continua

 

http://icebergfinanza.splinder.com/post/19137748/L%27+OMBRA+DELLA+GRANDE+QUERCIA+