21/06/12

Bce, Fmi e Ue lunedì ad Atene


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Bce, Fmi e Ue lunedì ad Atene

Il presidente dell'eurogruppo Junker: "Va aggiornato il memorandum di intesa"


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Moody's taglia rating 15 grande banche del mondo


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Moody's taglia rating 15 grande banche del mondo

Credit Suisse passa da 'AA1' da 'A1'


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GEAB 66 - Comunicato pubblico


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GEAB 66 - Comunicato pubblico






Come di consueto pubblichiamo in anteprima italiana la traduzione del comunicato pubblico del GEAB n. 66, la cui traduzione è a cura di Franco. Questo articolo è stato pubblicato il 19 Giugno 2012 su europe20201.


Secondo GEAB (che non si capisce mai se prevede o si augura), i prossimi mesi saranno decisivi ed un nuovo ordine europeo avrà luogo, i giochi sono fatti quindi non rimane altro che allacciarsi le cinture e vedere che succede...


 



Crisi sistemica globale/Allarme rosso



Settembre/Ottobre 2012: quando le trombe di Gerico suoneranno sette volte per il mondo di prima della crisi


LEAP/E2020 non ha mai visto, dal 2006 (l'inizio del suo lavoro sulla crisi sistemica globale), la convergenza cronologica di una tale serie di fattori così esplosivi e fondamentali (economia, finanza, geopolitica ...). Conseguentemente, nel nostro modesto tentativo di pubblicare una periodica "previsione metereologica" sulla crisi, dobbiamo dare ai nostri lettori un "allarme rosso". (Questo capitolo è pubblicato integralmente nel prosieguo della pubblicazione, ndt).



I tre shock economico-finanziari all'epicentro dello storico shock del Settembre/Ottobre 2012


Con riferimento ai tredici fattori che daranno il segnale della "fine del gioco" al mondo di prima della crisi (Settembre/Ottobre 2012), LEAP/E2020 ha scelto di concentrarsi su tre di questi fattori che, per la loro importanza, struttureranno l'impatto dello shock nel mondo economico, monetario e finanziario.



La convergenza cronologica delle quattro maggiori crisi geopolitiche, per i mesi di Settembre/Ottobre 2012


LEAP/E2020 intravede chiaramente i fattori di peggioramento, ed il rischio di esplosione, di queste quattro sorgenti di grande tensione strategica, che coinvolgeranno sia i soggetti internazionali che quelli regionali. Prendiamo inoltre atto della scomparsa, o del rapido indebolimento, di tutti i freni e di tutti i fattori di appeasement.



Raccomandazioni strategiche ed operative:




  • Valute: necessario un riposizionamento


  • Oro: mantenere la rotta


  • Borse: ultimo avvertimento prima del caos


  • Ba...


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Interventi drastici sulla forma di governo senza sentire il parere dei cittadini? è l’Italia del 2012


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Interventi drastici sulla forma di governo senza sentire il parere dei cittadini? è l'Italia del 2012

    a cura di Stefano Fait per IxR     Stefano Rodotà, "Una fase costituente più democratica", la Repubblica, 20 giugno 2012, p. 45 "Stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza, senza la necessaria discussione pubblica, senza la capacità di guardare oltre l'emergenza. È stato modificato l'articolo 81 della Costituzione, introducendo il [...]


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Riconquistare la sovranità: incontro nazionale a Roma


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Riconquistare la sovranità: incontro nazionale a Roma


Sabato 23 giugno, dalle ore 10,00 alle ore 17,00, a Roma, presso il centro multiculturale Baobab, via Cupa 5 (nei pressi di Piazzale delle Province, in particolare a cento metri dal cinema Jolly) si svolgerà l'incontro nazionale degli iscritti e dei simpatizzanti dell'Associazione Riconquistare la Sovranità. Il luogo è raggiungibile in dieci minuti in autobus e in quindici minuti a piedi, partendo dalla stazione Termini, e in cinque minuti a piedi, partendo dalla stazione Tiburtina. Tutti coloro che fossero interessati o almeno curiosi di conoscere l'associazione sono invitati a partecipare.


Come raggiungere il centro multiculturale Baobab da Piazzale delle Province: iniziare a percorrere via della Lega Lombarda; alla prima traversa svoltare a destra (il cinema Jolly si trova nell'angolo); dopo trenta o quaranta metri c'è una traversina (la prima) sulla sinistra: quella è via Cupa, da percorrere per meno di cento metri; sulla destra c'è il centro multiculturale Baobab.qu




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LA BUFFONATA AIDS


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LA BUFFONATA AIDS



seconda parte dell'intervista con il dott.Pisani


RICERCA IN PSICOIMMUNOLOGIA E TRUFFA HIV

Gentile dr. Vaccaro, stimo molto il suo modo di fare e La seguo sempre sui suoi blog. Sono un ricercatore in Psicoimmunologia e mi permetto di inviarLe un sunto della mia ricerca sulla truffa dell'Hiv. Ci sono documenti inediti e originali che mi sono procurato con grande fatica. Mi sono limitato ad analizzare le agghiaccianti evidenze dichiarate proprio nero su bianco, come vedrà, da chi ha inventato questo aberrante crimine senza precedenti. Le allego inoltre i link di un'intervista che ho dato in aprile per una radio romana sempre su questo tema.vedi sopra

LA PIU' GRAVE TRAGEDIA DELLA STORIA DELLA MEDICINA

Caro Valdo, sono io a ringraziarti. Sono convinto che questa tragedia, la più grave della storia della "medicina", giungerà al termine. E il potere sta nella gente comune: quando nessuno più farà il test, si innescherà una reazione a catena senza fine che porterà al collasso di questo opulento establishment. E io prego quotidianamente affinché questo avvenga prima  possibile.

VENGONO FUORI AGGHIACCIANTI ALTARINI

Ti allego qualche interessante studio scientifico, ortodosso e ufficiale (sai, anche io sono bollato come dissidente) che quasi nessuno conosce, dissidenti inclusi? Spero di non sovraccaricarti, prenditi tutto il tempo che vuoi e poi se ti fa piacere ne parliamo. Inizio con l'articolo in attach, da Virology, 1997: il primo ed unico tentativo di isolamento del presunto virus hiv dall'inaccettabile pubblicazione di Montagnier e Gallo del 1984. Ebbene, gli autori stessi ammettono di aver isolato solo vescicole cellulari. Semplicemente agghiacciante. Hanno aspettato 13 anni per arrivare a nulla, nel mentre il terrore ha invaso il mondo e la gente si è fatta uccidere. Ora ti posto qualche link di articoli di Pubmed ed altri. Rimarrai allibito. O forse no, avrai solo conferme. A presto.
Ale

1) Montagnier stesso mostrò che un test di anticorpi positivi ritorna negat...


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Fmi: situazione euro critica, banche sotto stress


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Fmi: situazione euro critica, banche sotto stress

Il Fondo: 'completare unione per superare crisi '


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Grande bluff oggi al Senato: approvata riduzione deputati da 630 a 508. Ma è una presa in giro! Ecco perchè


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Grande bluff oggi al Senato: approvata riduzione deputati da 630 a 508. Ma è una presa in giro! Ecco perchè

Oggi tutti i telegiornali e le televisioni annunciano a caratteri cubitali una notizia a dir poco storica: 




Il Senato taglia i deputati da 630 a 508




E' solo un grande e inutile spot pubblicitario della casta che spera ancora nell'ignoranza generalizzata, dimenticando che internet permette di veicolare alcune informazioni che loro invece tentano in modo goffo di nascondere.


Essendo il provvedimento inserito all'interno di un progetto di riforma costituzionale, l'approvazione in prima lettura da parte di un ramo del parlamento significa praticamente nulla o poco più.

Dovranno essere votati i restanti articoli, compresi quelli spinosi sulla riforma semi-presidenziale e sulla legge elettorale dove attualmente non esiste alcun accordo politico. 

Poi il provvedimento dovrebbe passare alla Camera, dove i deputati dovrebbero autotagliarsi le poltrone (i senatori hanno tagliato i seggi della Camera, ma hanno bocciato gli emendamenti riguardanti il taglio dei seggi al Senato). Poi il provvedimento dovrebbe tornare in seconda lettura (essendo una riforma costituzionale,...



[[Se vuoi continuare a leggere clicca sul titolo del post]].


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E la Grecia taglia lo stipendio ai ministri


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E la Grecia taglia lo stipendio ai ministri

Una delle prime decisioni del neo premier Samaras





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Euro-fallimento: chiamata alle armi per le banche centrali


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Euro-fallimento: chiamata alle armi per le banche centrali

di ALASDAIR MACLEOD*


La velocità con cui la maggior parte della zona euro sta scendendo verso il fallimento sta accelerando. Il pacchetto di salvataggio per le banche spagnole, che sembra essere stato provvisoriamente fissato ad una cifra progettata per impressionare i mercati, non ha quasi per niente smosso le acque. Tutto ciò che ha ottenuto è stato quello di richiamare l'attenzione ancora una volta sull'impotenza delle autorità nel trattare con trappole del debito multiple. Allora, qual è la risposta?


Dipende dallo scopo che sta dietro la domanda. Se si tratta di cercare una vera soluzione, allora la risposta è quella di tagliare rigorosamente la spesa pubblica in tutti i paesi che dipendono dai mercati per finanziare i disavanzi di bilancio o per rinnovare i debiti esistenti. Solo un avanzo di bilancio convincente porterà a costi di finanziamento in calo. L'obiezione a questa soluzione è in parte politica e in parte per motivi di pregiudizio economico neoclassico. La prima persiste nel porre gli obiettivi sociali al di sopra degli obiettivi economici, mentre la seconda si è palesemente dimostrata sbagliata. In caso contrario, vi prego ditemi come un governo sappia praticamente meglio come rilanciare la ripresa in un'economia, senza trascurare l'accumulo degli eventi pregressi. Spiegatemi il motivo per cui quei paesi guidati dal consumo tanto amato dai Keynesiani e dai monetaristi si sono trasformati in casi disperati, mentre le economie guidate da una cultura del risparmio turbano costantemente tutta la teoria neoclassica facendo stare meglio i loro cittadini, in ogni caso.


La risposta è che l'intervento del governo è distruttivo! La tassazione e la regolamentazione sono gli strumenti con cui il governo distrugge la funzione sociale primaria degli esseri umani che scambiano il loro lavoro per il beneficio reciproco. Il governo non è un sostituto: il suo desiderio, consciamente o inconsciamente, è quello di controllare la vita delle persone per i propri obiettivi sociali. Questa è la motivazione dietro la distruzione del risparmio e la loro sostituzione con l'accumulo di debito; e per lo stesso governo, si sviluppano passività future. Invertire un accumulo di interventi passati, il che è necessario se le ricchezze di un paese devono essere migliorate a sufficienza per sfuggire alla completa bancarotta, va contro ogni motivo per cui un politico moderno sceglie tale mestiere.


Quindi è più probabile che lo scopo che sta dietro la domanda posta è quello di trovare una soluzione senza tagliare la spesa pubblica, e se possibile lasciarla aumentare ulteriormente. Per questo motivo, Keyn...



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Il prezzo del petrolio crolla di sotto di $80 al barile


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Il prezzo del petrolio crolla di sotto di $80 al barile

Il future sul Crude (WTI) con scadenza agosto ha perso al NYMEX il 4%.





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In Italia circola sempre meno denaro cartaceo


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In Italia circola sempre meno denaro cartaceo

Denaro elettronicoNegli anni '90 quando acquistavi qualcosa in un negozio e al momento di pagare tiravi fuori la tua carta elettronica, spesso, la maggior parte delle volte, la commessa ti diceva: "Mi spiace, accettiamo solo pagamenti in contante".


Ve lo ricordate?


Gli esercizi che accettavano pagamenti con bancomat e carte di credito lo comunicavano sulla vetrina del negozio.


Oggi ci capita l'esatto contrario. Al di là del fatto che per legge non puoi più effettuare transazioni in contante che superino i 1000 euro, anche quando acquisti un cellulare da 200 euro, la commessa è probabile che ti risponda: "Per cifre così grandi non accettiamo più contante. Non avrebbe una card?"


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De Guindos: la Spagna chiederà aiuti europei per le banche nei prossimi giorni


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De Guindos: la Spagna chiederà aiuti europei per le banche nei prossimi giorni

Nei prossimi giorni il governo spagnolo dovrebbe formalizzare la domanda di un prestito all'Europa per il salvataggio delle banche locali iberiche.


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Bankster: predatori all’attacco del mondo


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Bankster: predatori all'attacco del mondo

Occupano spudoratamente tutti i mezzi d'informazione a loro disposizione (cioè, praticamente tutti i grandi giornali e le televisioni) per far sapere al popolo la dolorosa necessità, in un momento così difficile per l'economia e per i conti della nazione, di portare avanti con serietà e rigore una politica economica di austerity, indispensabile per rientrare dal mastodontico debito accumulato negli anni.

E poi ci spiegano che è inutile in un momento come questo mettersi a discutere, o peggio protestare, sulle decisioni che la politica prende per conseguire lo scopo del risanamento finanziario. Mettersi di traverso in questo momento non fa altro che rendere le cose più...
Roberto Marchesi (Dallas Texas)


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Attenzione!! Non è Un’Ordinaria Giornata di Ribassi.


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Attenzione!! Non è Un'Ordinaria Giornata di Ribassi.

ScreenHunter 02 Jun. 21 18.50 Attenzione!! Non è UnOrdinaria Giornata di Ribassi.


Quando Metalli e Borse scendono all'unisono è un brutto segno, se ci mettiamo il Rame su nuovi minimi relativi e il Petrolio che continua a sfracellarsi significa solo una cosa:


Il ribasso è strutturale!


Non si tratta di un ritracciamento tecnico ma di un riposizionamento strategico verso scenari recessivi.


La mattinata si è aperta con il PMI Cinese in contrazione, sono partiti al ribasso i metalli, poi l'Europa (specialmente le nazioni deboli) ha tenuto su il mercato per qualche ora. Alla fine Booom, gli operatori stanno vendendo tutto ciò che riguarda la "crescita" economica cioè petrolio, metalli ed azioni.


Non è detto che sia l'inizio di un crash di mercato, ma fate attenzione:


Ogni singolo crash di mercato parte sempre, nel 100% dei casi parte con un ondata di vendite su metalli, petrolio e ovviamente azioni. (dunque chiappe strette…)


 


 





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Spagna: Alle banche occorrono fino a 62 miliardi per risanarsi


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Spagna: Alle banche occorrono fino a 62 miliardi per risanarsi

Lo ha comunicato il vicegovernatore della Banca Centrale spagnola, Fernando Restoy.





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In Romania si suicidano i politici, non i cittadini


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In Romania si suicidano i politici, non i cittadini

Mentre in Italia chi ha portato il paese nel baratro continua a rimanere più o meno ai vertici e a suicidarsi sono i cittadini disperati, in Romania accade il contrario: l'ex premier Adrian Nastase si è sparato un colpo alla gola quando la polizia si è presentata per portarlo in galera, dopo che la Corte suprema aveva confermato la condanna a due anni di prigione per corruzione.


L'ex premier è sopravvissuto al tentativo ed ora è in condizioni critiche, ma stazionarie, all'ospedale di Bucarest dove, oltre al figlio, si è recato anche l'attuale primo ministro Victor Pontac, che ha dichiarato: «Sapete bene che non mi è permesso fare commenti su una vicenda giudiziaria, né desidero farlo. Ma nessuno può impedirmi di venire a vedere come sta un uomo in una simile circostanza». Per certi versi è sorprendente: da noi sarebbe stato più probabile vedere il premier utilizzare il palcoscenico dell'ospedale per tuonare contro i giudici. 


 


di Ferdinando Menconi


(nel Quotidiano)



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Romney: "L'America è in pericolo"


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Romney: "L'America è in pericolo"

Il candidato repubblicano alla Casa Bianca: "Obama ha fallito"


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Il governo Dracula


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Il governo Dracula

Clicca qui per vedere il video incorporato.


di Marcus Dardi




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Quello strano odore di Crash nell'aria...



In 2 ore l’Italia si e’ mangiata circa il +2% che guadagnava in mattinata. Le candele rosse stanno fioccando con molta veemenza. Se le mie analisi sono corrette, il trend ribassista non tardera’ a far sentire le sue zampate. E non parlo di un giorno di ribasso. Parlo di nuovi minimi per il mercato italiano e di oltre il -15% per il mercato Americano.
Nello stesso tempo, dando uno sguardo ai metalli preziosi, vi sono candele rosse ancora piu’ infuocate. L’argento in questo momento perde circa il -3%. Si sente odore di recessione/depressione.

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Rounded bottom da manuale per il Ftse Mib.

1 

La tipica figura di rounded bottom, classificata in analisi tecnica tra le figure d'inversione rialzista, è caratterizzata da una fase di congestione delle quotazioni in un range molto stretto che segue una forte discesa dei prezzi, e che contribuisce a generare una contrazione della volatilità di breve periodo. Solitamente, all'interno di questa fase laterale, si registrano tre minimi importanti (talvolta anche più di tre) con il secondo minimo che si colloca più in basso e alla stessa distanza dagli altri due, il tutto

Skyscraper index: fotografia di un disastro economico annunciato

Skyscraper index: fotografia di un disastro economico annunciato:

Lo Skyscraper index è un indice collegato al mercato immobiliare. Suggerisce MASSIMA prudenza sulla Cina ma soprattutto... conoscerete lo SKY CITY ONE!


Prendete questo post come una nota di colore tra le solite analisi tradizionali. Gli amici americani utilizzano diversi indicatori per analizzare le fasi di crescita economica. Una delle più curiose, ma non per questo da scartare a priori è il cosiddetto Skyscraper Idex.


Skyscraper Index? Ma che diavolo c’entrano i grattacieli?
Secondo una teoria abbastanza condivisibile, quando viene costruito un nuovo grattacielo che va a battere tutti i record a livello dimensionale, ci si ritrova con il più chiaro segnale di una bolla immobiliare imminente, di mercati esuberanti e poco razionali, di grande ed eccessi da confidenza sulla possibilità di una crescita infinita dell’economia e della ricchezza. Classica situazione da fine ciclo di crescita.


Ecco il grafico dello Skyscraper Index. E il grattacielo finale era proprio stato terminato nel 2007. Ovvvero prima dell’inizio di tutto il cataclisma della crisi del debito, partendo ovviamente dai subprime.



Ora però…occorre andare avanti ed ecco il nuovo grande protagonista che andremo a collocare nel particolare grafico. Si tratta del mitico SKY CITY ONE




Ennesima follia nel paese delle follie. Ricordate i post sulle città fantasma? E che dire del “ritorno alla campagna” di buona parte della popolazione?


But the building will still be 220 storeys tall and will contain 1 million square meters of floor space (10 763 910 Square feet), built from about 200,000 tons of steel and containing 104 elevators.
The building will be mostly residential, but will also have a hotel, school, hospital, shops and restaurants.



La cosa clamorosa è che lo Sky City One sarà costruito con materiali prefabbricati in soli 90 giorni (!!!!) e ad un costo molto inferiore (628 mln vs 1.5 bln) rispetto al campione del momento, il Burj Khalifa.


174.000 persone in 220 piani, e per il 95% in pezzi modulari prefabbricati, come detto.
Un segno pessimo per gli investitori dell’immobiliare e per la Cina, secondo me. Ma un segnale “ottimo” per i permabearish su Pechino.



Leggetevi questo post… e forse sulla Cina vi verrà qualche dubbio….amletico…


(...) Chanos argued that China, fearing a sharp slowdown from the financial crisis, pumped credit into asset growth -- mainly real estate but new roads and high-speed rail, too. There were "classic pockets of overheating, of overindulgence" he said in his presentation. Fixed asset investments as a percentage of China's gross domestic product (GDP) were exceeding 50 percent -- a "sh-a chén bào" (sandstorm) of money, he said. The stimulus was massive: $586 billion, or 14 percent of GDP (the U.S. package was $787 billion, or 6 percent of GDP). With state-owned enterprises controlling 50 percent of industrial assets, and not being driven by the need to make profits, and local party officials dictating the real estate development process, large-scale capital projects were growing "sillier by the day," including rising industrial and manufacturing overcapacity. There were empty cities, such as Ordos, and lonely malls, such as the New South China Mall. News reports showed new buildings toppling from shoddy construction. It was the latest chapter in China's history of credit-fueled booms and busts. China was "letting a thousand Dubais bloom," he quipped. "Go to Dubai and see what happened. It was... what I call the 'Edifice complex.'"
This all raised questions in Chanos's mind. Would generational savings be destroyed, exacerbating a ticking demographic time bomb? Another roadblock to developing China's consumer economy? What would happen as a consequence of the unfunded liabilities and government guarantees? Is the $3.0 trillion "security blanket," the foreign reserves, full of holes? And what would the global consequences be, such as the impact on prices of construction materials and interest rates for U.S. and other sovereign debt. (...)  (Source) 


Ehi DT, mi traduci l’articolo in italiano dall'inglese?


STAY TUNED!

DT


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In Europa soffocata da 50.000 tra deputati e consiglieri. Tutti contro Lusi?

In Europa soffocata da 50.000 tra deputati e consiglieri. Tutti contro Lusi?:

parlamento montecitorio.jpg
Oggi tutti sono contro Lusi. Tutti sono contro i parlamentari troppo numerosi. Tutti sono contro i troppi fondi ai partiti (a cominciare dai partiti stessi).

Sarà merito di Beppe Grillo (ma la Lega, Di Pietro e altri dicevano le stesse cose, magari demagogicamente)?
Eppure -come ricorda Christian Rocca su Camillo, "Sei anni fa abbiamo votato contro la riduzione del numero dei parlamentari. Novecentoquarantacinque parlamentari, più i senatori a vita, ci andavano bene... Era il referendum confermativo su una riforma costituzionale approvata nientedimeno che dalla casta in doppia lettura bicamerale. Eppure abbiamo detto di no...
Il carattere italiano double-face, sempre a metà tra Masaniello e «tengo famiglia». La casta siamo noi..."

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La Germania ha più debiti di noi ma finge di non saperlo

La Germania ha più debiti di noi ma finge di non saperlo:



Giovanni Del Re







Il Paese più virtuoso sul fronte del debito nell'eurozona? É l'Italia, molto migliore della Germania. Non è uno scherzo, ma il frutto di un serissimo studio della fondazione tedesca Stiftung Marktwirtschaft, presieduta dall'economista Bernd Raffelhüschen, professore di Scienze finanziarie all'Università di Friburgo.





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DI CORSA VERSO IL DEFAULT

DI CORSA VERSO IL DEFAULT:

- di Paolo Cardenà - Ebbene Signori! Sembra che la marcia dell’Italia verso il disastro abbia preso un ritmo significativamente più spedito,  e presto arriveremo al capolinea. Oggi, a ricordarcelo è l’Istat che ha diffuso i dati sul fatturato e sugli ordinativi all’industria e sono emersi dei dati raccapriccianti che necessitano di ben pochi commenti poiché, già [...]

Che cos’è Goldman Sachs, davvero

Che cos’è Goldman Sachs, davvero:

Se scrivete su Google “why Goldman Sachs is” otterrete due suggerimenti di ricerca: “evil” e “the best”. L’algoritmo di Google che regola i suggerimenti si basa sulle ricerche degli altri utenti. Per loro Goldman Sachs (GS) è il male o la migliore banca del mondo. O forse pensano che le due cose coincidano.


Internazionale ha tradotto questa settimana un articolo di Le Monde in cui si racconta l’ambiente predatorio e darwiniano in cui lavorano i dipendenti di GS. A settembre un trader indipendente accusò GS di essere il vero governo mondiale, confermando i sospetti di molti. Lo scorso marzo un dirigente si dimise inviando una pesantissima lettera al New York Times. Si dice spesso che il patrimonio totale di Goldman Sachs è pari al PIL annuale di Grecia, Irlanda e Portogallo messi insieme. Ma si tratta di numeri che possono facilmente ingannare: il patrimonio è uno stock, il PIL un flusso. Goldman Sachs è soltanto una delle numerose banche d’investimento che ci sono al mondo, e non è nemmeno la più grande.


Che cos’è Goldman Sachs

GS è descritta spesso come “un gigantesco calamaro vampiro attaccato alla faccia

dell’umanità che protende i suoi tentacoli succhiasangue verso qualunque cosa che odori di denaro”. Nessuna banca al mondo ha una fama peggiore, anche se GS non è propriamente una banca. Si tratta di una holding bancaria, cioè (per il diritto statunitense) di una società che controlla una o più banche. Questo passo è stato compiuto nel 2008, in seguito al fallimento di Lehman Brothers. Oggi, tramite le sue società, GS esercita ogni tipo di attività bancaria, compresa la raccolta dei risparmi dei privati (o attività di retail).


Circa due terzi dei profitti di Goldman Sachs arrivano dal settore investimenti e trading. Questa divisione si occupa di comprare e vendere titoli di ogni tipo (titoli di stato, obbligazioni societarie, futures, derivati) e compiere investimenti (come ad esempio la partecipazione che GS ha in Endemol, il produttore del Grande Fratello). Circa il 17 per cento dei profitti arrivano dall’attività di consulenza (in particolare consulenza su fusioni e acquisizioni, di cui GS è uno dei leader al mondo) e da quella di sottoscrittore (il ruolo di supporto, per esempio, a chi si vuole collocare in borsa, quello che fece Morgan Stanley per Facebook). Il resto dei profitti sono ottenuti dalla divisione della gestione patrimoniale, un servizio rivolto a tutte le classi di investitori, compresi i privati.


GS fu fondata nel 1869 da Marcus Goldman e suo genero Samuel Sachs, ed è diventata uno dei soggetti più importanti di Wall Street nel corso degli anni Ottanta. Stando al bilancio 2011, ha un fatturato di 28 miliardi di dollari, un utile netto di 4 miliardi e mezzo e possiede quasi mille miliardi di attivi patrimoniali (gli attivi, o asset, sono la somma totale di tutto il patrimonio posseduto da una società). Per fare un paragone, il PIL italiano nel 2011 è stato di 1.500 miliardi, poco meno del doppio di tutti gli asset in mano a GS.


La numerosa concorrenza

Goldman Sachs non è la sola banca ad avere questo tipo di risultati. GS fa parte della “bulge bracket”, la lista delle più grandi e profittevoli banche d’affari del mondo. La “bulge bracket” non è una classifica ufficiale, ma è compilata da addetti ai lavori e giornalisti finanziari. Secondo Thomson Reuters la lista al momento comprende: Bank of America, Merrill Lynch, Barclays, Citi, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs, J.P. Morgan Chase, Morgan Stanley, UBS.

Monti chiede alla BCE di acquistare bond, fondi salva-stati solo come scudo

Monti chiede alla BCE di acquistare bond, fondi salva-stati solo come scudo: Secondo quanto riporta il "Financial Times Deutschland"...



“Lusi potrebbe fare la fine di Sindona”

“Lusi potrebbe fare la fine di Sindona”: Beppe Grillo sul suo blog parla del voto di ieri che ha mandato in galera il tesoriere della Margherita

Quale futuro per il Myanmar?

sanMentre tutto il mondo ha gli occhi e le orecchie - e se possibile pure la bocca - puntati al "trionfo della democrazia" in Myanmar, pochi stanno veramente capendo quale sarà il prezzo da pagare. Aung San Suu Kyi in visita Europea, può finalmente pronunciare il suo discorso per il premio Nobel per la Pace di cui fu insignita nel 1991, ma cosa la aspetterà al ritorno?

Quando attaccheremo la Siria?

Quando attaccheremo la Siria?:




di: Ron Paul



Quando attaccheremo la Siria? I piani, le voci, e la propaganda di guerra per attaccare la Siria e deporre Assad sono in circolazione da molti mesi.


La settimana scorsa, però, è stato riportato che il Pentagono ha infatti messo a punto piani per  realizzare ciò.  A mio parere, tutte le prove per giustificare questo attacco sono false. Non hanno maggiore credibilità dei pretesti  adottati per l’invasione dell’Iraq del 2003 o l’attacco alla Libia del 2011.




Gli esiti fallimentari di quelle guerre dovrebbero indurci ad una pausa prima di impegnarci  nell’occupazione di occupazione e nel cambio di regime è iniziato contro la Siria.


Non ci sono preoccupazioni di sicurezza nazionale che richiedano una tale e folle escalation di violenze in Medio Oriente. Non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che è nei nostri interessi di sicurezza rimanere completamente fuori dal conflitto interno che infuria in Siria.


Siamo già troppo impegnati a sostenere le forze dentro la Siria che  desiderano di rovesciare l’attuale governo. Senza interferenze esterne, quel conflitto- ora caratterizzato come una guerra civile – sarebbe probabilmente inesistente.


Indipendentemente dal fatto di attaccare o no un altro paese, occupandolo ed istituendovi un nuovo regime che speriamo di poter controllare, si pone una seria domanda costituzionale: da dove un Presidente riceve un tale potere?


E’dalla seconda guerra mondiale che l’autorità con i poteri legali per entrare in guerra  viene ignorata. E’ stata sostituita da organismi internazionali come le Nazioni Unite e la NATO, o lo stesso Presidente, sempre ignorando il Congresso. E purtroppo, la gente non si oppone.


I nostri ultimi Presidenti sostengono esplicitamente  che il potere di entrare in guerra non è del Congresso degli Stati Uniti. Questo è sempre successo a partire dal 1950, quando entrammo nella guerra in Corea sotto la risoluzione delle Nazioni Unite ma senza l’approvazione del Congresso.


E ancora una volta, stiamo per intraprendere un’azione militare contro la Siria, riattivando anche, irresponsabilmente, la Guerra Fredda con la Russia. Siamo ora impegnati in un gioco di “polli” con la Russia, che rappresenta una minaccia molto più grande per la nostra sicurezza rispetto alla Siria.


Come reagiremmo noi se, in Messico, la Russia chiedesse una soluzione umanitaria contro le violenze sul confine USA-Messico? La prenderemmo come una preoccupazione legittima per noi. Ma, per noi, essere impegnati in Siria, dove i russi hanno una base navale legale, è l’ equivalente dei russi impegnati  in Messico.


Siamo ipocriti nel condannare i russi che stanno proteggendo i loro interessi nelle loro zone  per le stesse cose che stiamo facendo noi stessi, a migliaia di chilometri di distanza dalle nostre coste. Non è nel nostro interesse farci coinvolgere, fornendo segretamente assistenza e incoraggiare la guerra civile, allo scopo di effettuare un cambio di regime in Siria.


Falsamente abbiamo accusato i russi di aver fornito elicotteri militari ad Assad. E questa è una provocazione inutile. Falsamente abbiamo accusato il governo di Assad  dei massacri perpetrati da una violenta fazione ribelle. E’ questa si chiama propaganda di guerra.


La maggior parte delle persone ben informate ora riconoscono che la guerra contro la Siria è il prossimo passo per arrivare al governo iraniano, ed è qualcosa che i neo – cons ammettono apertamente.


Controllare il petrolio iraniano, proprio come abbiamo fatto in Arabia Saudita e stiamo cercando di fare in Iraq, è il vero obiettivo dei neo-conservatori che sono stati a capo della nostra politica estera  per un paio di decenni.


La guerra è inevitabile senza un significativo e rapido cambiamento della nostra politica estera. I disaccordi tra i nostri due partiti politici sono piccoli. Entrambi concordano sul sequestro di tutti i fondi di guerra che devono essere annullati. Nessuna delle due parti vuole abbandonare la nostra crescente presenza aggressiva  in Medio Oriente e nell’ Asia meridionale.


Questo crisi può facilmente andare fuori controllo e diventare una guerra molto più grande di un altra semplice pratica di occupazione e cambiamento di regime che il popolo americano è stato abituato ad accettare o ignorare.


E ‘ tempo che gli Stati Uniti inizino una politica di diplomazia, puntando alla pace, al commercio e all’amicizia. Dobbiamo abbandonare i nostri progetti militari atti a promuovere e garantire un impero americano.


Inoltre, siamo in crisi, non possiamo permettercelo, e la cosa peggiore è che stiamo realizzando la strategia portata avanti da Osama bin Laden, il cui obiettivo era sempre stato quello di affossarci nel Medio Oriente e di trascinarci alla bancarotta.


E’tempo di riportare a casa le nostre truppe e stabilire una politica estera di non – interventismo, che è l’unica strada per la pace e la prosperità.


Questa settimana presenterò delle proposte di legge per  vietare all’Amministrazione, in assenza di una dichiarazione di guerra del Congresso, di sostenere – direttamente o indirettamente – ogni operazione militare o paramilitare in Siria. Spero che i miei colleghi si uniranno a me in questo progetto.


LINK: When Will We Attack Syria?


TRADUZIONE VIDEO:  http://www.youtube.com/user/Ryuzakero


L'esperimento di Filadelfia

L'esperimento di Filadelfia:

SFERRARE IL COLPO DI GRAZIA AL CUORE DEL SISTEMA

SFERRARE IL COLPO DI GRAZIA AL CUORE DEL SISTEMA:

di Gianni Tirelli Che questo mondo fosse marcio fino al midollo, era noto da tempo – adesso tramite la Rete ne abbiamo le prove. E se abbiamo le prove, allora dovremmo agire di conseguenza, e come primo atto, rivedere tutti quei comportamenti insensati e irrazionali attraverso i quali il Sistema si alimenta, e ci controlla. [...]

Consumi: Codacons, quelli alimentari pro capite come nel 1979

Consumi: Codacons, quelli alimentari pro capite come nel 1979:

(Pubblicato il Thu, 21 Jun 2012 13:02:00 GMT)

In difesa dell’euro: una prospettiva austriaca

In difesa dell’euro: una prospettiva austriaca:

L’attuale sistema monetario e bancario è incompatibile con una vera economia di libera impresa, che contiene tutti i difetti individuati dal teorema dell’impossibilità del socialismo e che rappresenta una continua fonte di instabilità finanziaria e di perturbazioni economiche. Pertanto, diventa indispensabile ridisegnare profondamente il sistema finanziario e monetario mondiale, per arrivare alla radice dei problemi che ci affliggono e risolverli.


Jesus Huerta De Soto


In difesa dell’euro: una prospettiva austriaca


Con una Critica degli Errori della BCE e l’Interventismo di Bruxelles


I teorici della scuola Austriaca hanno profuso un impegno notevole nel chiarire il sistema monetario ideale in un’economia di mercato. A livello teorico hanno sviluppato un’intera teoria del ciclo economico, che spiega come l’espansione del credito, non coperto dal risparmio reale ed orchestrata dalle banche centrali tramite un sistema a riserva frazionaria bancaria, generi ripetutamente cicli economici. Su un piano storico, hanno descritto l’evoluzione spontanea del denaro e l’intervento coercitivo dello stato, incoraggiato da potenti gruppi di interesse, in questo settore, con un allontanamento generale dal mercato che ha danneggiato la naturale evoluzione delle istituzioni bancarie. Su un piano etico, hanno rivelato i requisiti generali della legge e dei principi dei diritti di proprietà per quanto riguarda i contratti bancari; principi che derivano dalla stessa economia di mercato e che, a loro volta, sono essenziali per il suo corretto funzionamento[1].

Tutte le analisi teoriche sopradette portano alla conclusione che l’attuale sistema monetario e bancario è incompatibile con una vera economia di libera impresa, che contiene tutti i difetti individuati dal teorema dell’impossibilità del socialismo, e che rappresenta una continua fonte di instabilità finanziaria e perturbazioni economiche. Pertanto, diventa indispensabile ridisegnare profondamente il sistema finanziario e monetario mondiale, per arrivare alla radice dei problemi che ci affliggono e risolverli. Tale impegno deve poggiare sulle seguenti tre riforme: (a) il ristabilimento di una riserva obbligatoria al 100%, come principio essenziale dei diritti di proprietà privata in relazione ad ogni deposito a vista di denaro e suoi equivalenti; (b) l’abolizione di tutte le banche centrali (che diventano inutili come prestatori di ultima istanza se la riforma (a) di sopra viene implementata e che come agenzie di pianificazione centrale sono una fonte costante di instabilità) e la revoca delle leggi del corso legale e del groviglio di normative di governo sempre mutevoli che ne derivano, e (c) un ritorno ad un gold standard classico, come unico standard monetario mondiale che porterebbe ad un’offerta di moneta che le autorità pubbliche non riuscirebbero a manipolare e che potrebbe limitare e disciplinare le attese inflazionistiche del diversi agenti economici[2].

Come abbiamo detto, le prescrizioni di sopra ci permetterebbero di risolvere tutti i nostri problemi alla radice, favorendo uno sviluppo economico e sociale sostenibile mai visto nella storia. Inoltre, queste misure possono sia indicare quali riforme incrementali rappresenterebbero un passo nella giusta direzione, permettendo un giudizio più solido sulle diverse alternative della politica economica nel mondo reale. E’ solo da questo punto di vista strettamente circostanziale e possibilista che il lettore dovrebbe visualizzare l’analisi Austriaca relativa al “sostegno” dell’euro che miriamo a sviluppare nel presente documento.


2. La Tradizione Austriaca del Sostegno dei Tassi di Cambio Fissi contro il Nazionalismo Monetario ed i Tassi di Cambio Flessibili


Tradizionalmente, i membri della scuola Austriaca di economia hanno percepito come, fintanto che il sistema monetario ideale non viene raggiunto, molti economisti, soprattutto quelli della scuola di Chicago, commettano un grave errore di teoria economica e prassi politica quando difendono i tassi di cambio flessibili in un contesto di nazionalismo monetario, come se entrambi fossero in qualche modo più adatti ad un’economia di mercato. Al contrario, gli Austriaci ritengono che fino a quando le banche centrali non verranno abolite e non verrà ristabilito un gold standard classico con una riserva obbligatoria del 100% nel settore bancario, dobbiamo indirizzare ogni tentativo al fine di portare l’attuale sistema monetario più vicino a quello ideale, sia in termini del suo funzionamento sia nei suoi risultati. Questo significa limitare il nazionalismo monetario per quanto possibile, eliminando la possibilità che ogni paese possa sviluppare la propria politica monetaria, e limitando le politiche inflazionistiche di espansione del credito, per quanto possiamo, creando un quadro monetario che disciplina, per quanto possibile, gli agenti economici, politici e, soprattutto, i sindacati e gli altri gruppi di pressione, tra cui politici e banche centrali.

E’ solo in questo contesto che dovremmo interpretare la posizione di tali eminenti economisti Austriaci (e illustri membri della Mont Pelerin Society) come Mises e Hayek. Ad esempio, vi è l’analisi notevole e devastante contro il nazionalismo monetario ed i tassi di cambio flessibili che Hayek cominciò a sviluppare nel 1937 nel suo eccezionale libro, Monetary Nationalism and International Stability[3]. In questo libro, Hayek dimostra che i tassi di cambio flessibili ostacolano un’allocazione efficiente delle risorse a livello internazionale, in quanto distorcono i flussi reali di consumo e di investimento. Inoltre, rendono inevitabile l’avvento di reali adeguamenti necessari al ribasso dei costi tramite un aumento in tutti gli altri prezzi nominali, in un ambiente caotico di svalutazioni competitive, espansione del credito ed inflazione, che incoraggia e sostiene tutti i tipi di comportamenti irresponsabili dei sindacati, i quali premono continuamente il tasto dei salari e delle esigenze lavorative, le quali non possono che essere soddisfatti con un aumento della disoccupazione se l’inflazione viene ulteriormente spinta verso l’alto. Trentotto anni dopo, nel 1975, Hayek ha riassunto la sua argomentazione così:



Credo sia innegabile che la domanda di tassi di cambio flessibili sia totalmente originata da paesi come la Gran Bretagna, alcuni dei quali economisti hanno voluto un più ampio margine per l’espansione inflazionistica (chiamata “politica di piena occupazione”). Hanno poi ricevuto il sostegno, purtroppo, da altri economisti[4] che non sono stati ispirati dal desiderio di inflazione, ma che sembrano aver trascurato l’argomento più forte a favore dei tassi di cambio fissi, i quali costituiscono il freno praticamente insostituibile di cui abbiamo bisogno per costringere i politici, nonché le autorità monetarie loro responsabili, a mantenere una moneta stabile [corsivo aggiunto].



Per chiarire ulteriormente la sua tesi, aggiunge Hayek:



Il mantenimento del valore del denaro e gli sforzi nell’evitare l’inflazione richiedono, costantemente, misure altamente impopolari al politico. Solo mostrando la necessità del governo nel prendere queste misure egli può giustificarle davanti alle persone colpite. Fintanto che la conservazione del valore esterno della moneta nazionale è considerata come una necessità incontestabile, come con i tassi di cambio fissi, i politici possono resistere alle continue richieste di crediti a basso costo, evitare un aumento dei tassi di interesse, evitare più spese per “lavori pubblici,” e così via. Con tassi di cambio fissi, una diminuzione del valore estero della valuta, o un deflusso di oro o di riserve valutarie, agisce come un segnale del bisogno di un intervento rapido del governo[5]. Con i tassi di cambio flessibili, l’effetto di un aumento della quantità di denaro sul livello dei prezzi interno è troppo lento per essere in generale visibile o addebitabile a chi, in ultima analisi, è responsabile di esso. Inoltre, l’inflazione dei prezzi è di solito preceduta da un aumento nell’occupazione; si può quindi anche accoglierla, perché i suoi effetti nocivi non sono visibili immediatamente.



Hayek conclude:



Non credo dovremmo riacquistare un sistema di stabilità internazionale senza ritornare ad un sistema di cambi fissi, che impone alle banche centrali nazionali il sistema di limitazione essenziale per una resistenza di successo alla pressione dei sostenitori dell’inflazione nei loro paesi — di solito tra i ministri della finanze (Hayek 1979 [1975], 9-10)



Per quanto riguarda Ludwig von Mises, è ben noto come prese le distanze dal suo discepolo di valore Fritz Machlup quando, nel 1961, questi cominciò a difendere i tassi di cambio flessibili nella Mont Pelerin Society. Infatti, secondo R.M. Hartwell, che era lo storico ufficiale della Mont Pelerin Society,



Il supporto di Machlup per i tassi di cambio fluttuanti portò von Mises a non parlargli per  tre anni (Hartwell 1995, 119).



Mises riusciva a capire come i macroeconomisti senza formazione accademica in teoria del capitale, come Friedman ed i suoi colleghi di Chicago, e i Keynesiani, in generale, potevano difendere i tassi flessibili e l’inflazionismo invariabilmente implicito in essi, ma non era disposto a trascurare l’errore di qualcuno che, come Machlup, era stato suo discepolo, quindi conosceva l’economia e, tuttavia, si lasciava trasportare dal pragmatismo e dalle mode politiche. Infatti, anche Mises disse a sua moglie il motivo per cui non era in grado di perdonare Machlup:



Era nel mio seminario a Vienna; capisce tutto. Lui ne sa di più di molti di loro e sa esattamente che cosa sta facendo (Margit von Mises 1984, 146).



La difesa di Mises dei tassi di cambio fissi corre in parallelo con la sua difesa del gold standard, come sistema monetario ideale a livello internazionale. Per esempio, nel 1944, nel suo libro Omnipotent Government, Mises scrisse:



Il gold standard poneva un controllo sui piani governativi di soldi facili. Era impossibile indulgere nell’espansione del credito ed ancora aggrapparsi alla parità aurea permanente sancita dalla legge. I governi hanno dovuto scegliere tra il gold standard e la loro — nel lungo periodo disastrosa — politica di espansione del credito. Il gold standard non crollò, i governi lo distrussero. Era incompatibile con lo statismo come quest’ultimo lo era col libero scambio. I vari governi abbandonarono il gold standard perché erano desiderosi di far aumentare i prezzi ed i salari interni al di sopra del livello del mercato mondiale e perché volevano stimolare le esportazioni ed ostacolare le importazioni. La stabilità dei tassi di cambio era un male ai loro occhi, non una benedizione. Tale è l’essenza degli insegnamenti monetari di Lord Keynes. La scuola Keynesiana sostiene appassionatamente l’instabilità dei tassi di cambio [corsivo aggiunto][6].



Inoltre, non è una sorpresa il disprezzo Misesiano riservato ai teorici di Chicago quando, in questo settore come in altri, finivano per cadere nella trappola del più rozzo Keynesismo. Inoltre, Mises sosteneva che sarebbe stato relativamente semplice ristabilire un gold standard e tornare a tassi di cambio fissi:



L’unica condizione richiesta è l’abbandono di una politica di denaro facile e degli sforzi di combattere le importazioni con la svalutazione.



Inoltre, Mises dichiarò che solo i tassi di cambio fissi sono compatibili con una democrazia vera e che l’inflazionismo dietro a tassi di cambio flessibili è essenzialmente antidemocratico:



L’inflazione è fondamentalmente antidemocratica. Il controllo democratico è un bilancio controllato. Il governo ha una sola fonte di reddito — le tasse. Nessuna tassazione è legale senza il consenso parlamentare. Ma se il governo ha altre fonti di reddito se ne può liberare (Mises 1969, 251-253).



Solo quando i tassi di cambio sono fissi i governi sono obbligati a dire la verità ai cittadini. Quindi, la tentazione di fare affidamento sull’inflazione e sui tassi flessibili al fine di evitare il costo politico degli aumenti delle tasse impopolari è molto forte, praticamente distruttiva. Quindi, anche se non c’è un gold standard, i tassi fissi limitano e disciplinano l’arbitrarietà dei politici:



Anche in assenza di un vero gold standard, i tassi di cambio fissi forniscono una certa assicurazione contro l’inflazione che non è imminente nel sistema flessibile. Nella fissità, se un paese inflaziona, cade vittima di una crisi della bilancia dei pagamenti. Se e quando esaurisce il possedimento di valute estere, deve svalutare, un processo relativamente difficile, irto di pericoli per i leader politici coinvolti. Sotto la flessibilità, invece, l’inflazione non comporterebbe una crisi della bilancia dei pagamenti, né alcuna necessità di una svalutazione politicamente imbarazzante. Invece, c’è un deprezzamento relativamente indolore della valuta domestica (o inflazionistico) contro le sue controparti straniere (Block 1999, 19, corsivo aggiunto).



3. L´Euro come “approssimazione” del Gold Standard (o Perché i Campioni della Libera Impresa e del Libero Mercato dovrebbero supportare l’Euro dato che l´unica alternativa é il ritorno al Nazionalismo Monetario)


Come abbiamo visto, gli economisti Austriaci difendono il gold standard perché frena e limita le decisioni arbitrarie dei politici e delle autorità. Disciplina il comportamento di tutti gli agenti che partecipano al processo democratico. Promuove l’abito morale del comportamento umano. In breve, scopre le bugie e la demagogia e favorisce e promuove la trasparenza e la verità nelle relazioni sociali. Niente più e niente meno. Probabilmente fu Ludwig von Mises ad esprimerlo al meglio :



Il gold standard fa sì che la determinazione del potere di acquisto del denaro sia indipendente dalle cangianti ambizioni e dottrine dei partiti politici e dei gruppi di pressione. Questo non é un difetto del gold standard, bensì il suo principale pregio (Mises 1966, 474).



L´introduzione dell´euro nel 1999 e il suo folgorante inizio nel 2002 significarono la scomparsa del nazionalismo monetario e del cambio flessibile in gran parte del continente Europeo. Più tardi considereremo gli errori commessi dalla Banca Centale Europea. Ora ciò che ci interessa è notare che i differenti stati membri dell´unione monetaria rilasciarono completamente e persero la loro autonomia monetaria, cioè, la possibilità di manipolare la moneta mettendola al servizio delle necessità politiche del momento. In questo senso, rispetto almeno ai paesi della zona euro, l´euro iniziò ad agire e continua ad agire come il gold standard ai suoi tempi. Così dobbiamo vedere l´euro come un chiaro, vero, sebbene imperfetto, passo verso il gold standard. Di più: l´arrivo della Grande Recessione del 2008 ha ulteriormente dimostrato ad ognuno di noi l’effetto disciplinante della natura dell’euro: per la prima volta i paesi dell’unione monetaria hanno dovuto confrontarsi con una profonda recessione senza l’autonomia di una politica monetaria interna. Sino all’adozione dell’Euro, quando una crisi mordeva, i governi e le banche centrali agivano invariabilmente alla stessa maniera :  iniettavano tutta la liquidità necessaria, permettevano alla loro moneta di muoversi liberamente sui cambi internazionali e la deprezzavano, rimandando indefinitamente le necessarie e dolorose riforme strutturali che prevedevano la liberalizzazione dell´economia, la deregolamentazione, l´aumento della flessibilità dei prezzi e dei mercati (specialmente il mercato del lavoro), la riduzione della spesa pubblica e lo smantellamento dei sindacati e dello stato sociale. Con l’euro, nonostante tutti gli errori, le debolezze e le concessioni che discuteremo dopo, questo tipo di comportamento irresponsabile e di fuga dalla realtà non è più possibile.


Per esempio,  in Spagna, in solo un anno, due successive governi sono stati letteralmente forzati a prendere una serie di misure che, sebbene ancora insufficienti, fino ad ora sarebbero state considerate politicamente impossibili ed utopiche, perfino dagli osservatori più ottimisti :



  1. l´articolo 135 della Costituzione é stato emendato per includere il principio anti-Keynesiano del pareggio di bilancio per il governo centrale, le comunità autonome e i comuni;

  2. Tutti i progetti che implicano un aumento della spesa pubblica, dell’acquisto di voti, sussidi, progetti su cui i politici fondano la loro rielezione e popolarità sono stati sospesi;

  3. gli stipendi di tutti i dipendenti pubblici sono stati tagliati del 5% e poi congelati, mentre l´orario di lavoro è stato esteso;

  4. Le pensioni e la sicurezza sociale sono state, di fatto, congelate;

  5. L’età pensionabile é stata alzata a 67 dai 65 anni;

  6. La spesa totale pubblica é stata diminuita più del 15%  e

  7. Una significativa azione di liberalizzazione é stata avviata nel mercato del lavoro, nell´orario di lavoro, e in generale,nel groviglio della regolamentazione economica[7].


Inoltre, quello che sta accadendo in Spagna sta avvenendo anche in Irlanda, Portogallo, Italia, e perfino in paesi che, come la Grecia, sino ad ora hanno rappresentato il paradigma del lassismo sociale, dell’assenza di rigore di bilancio e della demagogia politica[8]. Quello che é ancora più importante é che i politici di questi cinque paesi, ora non  più nelle condizioni di manipolare la politica monetaria così da mantenere i cittadini nel buio circa i costi reali delle loro politiche, sono stati  cacciati in modo sommario dai loro rispettivi posti di governo. E Stati che, come il Belgio e specialmente la Francia e l´Olanda, fino ad ora erano apparsi sempre immuni dalla necessità delle riforme, vengono forzati a riconsiderare i fondamentali dei volumi delle loro politiche di spesa pubblica e della situazione reale del loro tanto amato stato sociale. Questo é oramai evidente a tutti, grazie alla struttura monetaria introdotta con l’euro, e così dovrebbe essere vista con eccitazione e rinata gioia da tutti i campioni dell´economia della libera impresa e del governo minimo. Dal momento che sarebbe estremamente arduo concepire come tali misure possano essere intraprese in un contesto di moneta nazionale e di cambi flessibili: ogni volta che possono i politici rigettano le riforme impopolari e tutto ciò che comporta sacrificio e disciplina da parte dei propri cittadini. Da qui, in assenza dell’euro, le autorità avrebbero di nuovo intrapreso quello che è sempre stato il cammino normale, ovvero la fuga attraverso una maggiore inflazione, la svalutazione della moneta locale per arrivare alla “piena occupazione” e riguadagnare competitività nel breve termine (coprendosi le spalle e nascondendo la grave responsabilità dei sindacati come i veri generatori della disoccupazione) e in breve, rimandare indefinitamente le necessarie riforme strutturali.


Concentriamoci ora su due aspetti significativi sull’unicità dell’euro. Li contrasteremo entrambi con il sistema delle monete nazionali legate tra loro con i cambi fissi e con quello dello stesso gold standard, iniziando con quest’ultimo. Dobbiamo però notare come abbandonare l’euro oggi sia molto più complesso che abbandonare il gold standard ieri. Infatti le monete legate all’oro ritenevano la loro denominazione (il franco, la sterlina, etc. etc.) e così fu relativamente facile, durante tutti gli anni Trenta, disancorare queste dall’oro fino a quando gli agenti economici, così come indicato dal teorema di regressione di Mises formulato nel 1912 (Mises 2009 [1912], 111-123), continuavano ad usare la moneta nazionale senza interruzione, sebbene non fosse più scambiabile con oro, confidando sul potere di acquisto della moneta pari a quella che aveva giusto prima della riforma. Oggi questa possibilità non esiste per quei paesi che desiderano, oppure sono obbligati, ad abbandonare l’euro. Dato che è l’unica moneta accettata da tutti i paesi dell’unione monetaria, il suo abbandono richiede l´introduzione di una nuova moneta con un minore e sconosciuto potere di acquisto, moneta che provoca necessariamente l’emersione di immense distorsioni che il cambio comporterà per tutti gli attori del mercato: debitori, creditori, investitori, imprenditori e lavoratori [9]. Almeno in questo specifico senso e dal punto di vista dei teorici Austriaci, dobbiamo ammettere che l’euro sorpassa il gold standard e che sarebbe stato molto utile per l’umanità se negli anni Trenta i differenti paesi coinvolti fossero stati obbligati a stare nel gold standard, perché, così com´è oggi con l’euro, ogni altra alternativa sarebbe stata praticamente impossibile da adottare e avrebbe ovviamente provocato danni e sofferenze molto maggiori.


Da qui, per certi versi è affascinante (nonché patetico) notare come le legioni di ingegneri sociali e di politici interventisti, i quali, guidati in passato da Jacques Delors, progettarono la moneta unica come un ulteriore strumento da utilizzare per la grandiosa costruzione dell’unione politica dell’Europa, ora osservino con disperazione qualcosa che non avrebbero mai immaginato: l’euro é di fatto un gold standard che disciplina i cittadini, i politici e le autorità e che lega le mani ai demagoghi, esponendo i gruppi di pressione (guidati dagli infaticabili privilegiati sindacati) e perfino mette in questione la sostenibilità e le fondamenta dello stato sociale[10]. Secondo la scuola Austriaca, questo é esattamente il principale vantaggio comparativo dell’euro come standard monetario in generale, e contro il nazionalismo monetario in particolare, questo e non altri prosaici argomenti come “la riduzione dei costi di transazione” o “l´eliminazione del rischio di cambio” che vennero all’epoca sbandierati dall’immancabile corta veduta degli ingegneri sociali del momento.


Ora passiamo a considerare la differenza tra l’euro ed un sistema a cambi fissi rispetto ai processi di aggiustamento che avvengono quando diversi gradi di espansione creditizia si verificano in paesi differenti. Ovviamente, in un sistema di cambi fissi, queste differenze si manifestano in sostanziali tensioni sui cambi che eventualmente terminano con esplicite svalutazioni e alti costi in termini di perdita di prestigio che, fortunatamente, vengono trasferiti sulle corrispondenti autorità politiche. Nel caso di una moneta unica, come l’euro, queste tensioni si manifestano in generale nella perdita di competitività, che può  essere recuperata solo con l’introduzione di riforme strutturali necessarie a garantire la flessibilità del mercato, insieme alla deregolamentazione di tutti i settori e la riduzione e gli aggiustamenti necessari della struttura dei prezzi relativi.


Ancora, tutto questo termina influenzando i ricavi del settore pubblico, quindi il rating del suo credito. Infatti, sotto le presenti circostanze, nell’area euro, il valore attuale nei mercati finanziari di ogni debito sovrano è andato riflettendo le tensioni tipiche delle crisi in regime di cambio fisso, quando i rapporti di cambio di ogni moneta nazionale erano bene o male fissati; per cui, a questo punto, il ruolo centrale non è più dello speculatore monetario internazionale ma delle agenzie di rating e, specialmente, degli investitori internazionali che, comprando o no il debito sovrano, disciplinano e determinano il destino di ogni paese.  Questo processo potrà essere definito “anti-democratico”, ma è infatti l´esatto opposto. Nel passato, la democrazia soffriva cronicamente ed era corrotta dalla politica irresponsabile fondata sulla manipolazione monetaria e sull’inflazione, una tassa occulta devastante che veniva imposta fuori dal parlamento a tutti i cittadini in modo graduale, nascosto e contorto. Oggi, con l’euro, il ricorso alla tassa dell´inflazione è stato fermato, almeno a livello di singolo paese ed improvvisamente i politici sono stati scoperti ed obbligati a dire la verità e ad accettare la corrispondente perdita di prestigio. Da qui la successiva caduta dei governi dell’Irlanda, Grecia, Portogallo, Italia, Spagna e Francia, che ha dimostrato l’esatto contrario di una caduta di democrazia e che invece ha manifestato un elevato livello di rigore, trasparenza di bilancio e salute democratica che l’euro sta incoraggiando in ogni rispettiva società.


4. L’eterogenea coalizione “anti euro”


Sarebbe interessante e molto illustrativo se dovessimo, ora, anche solo brevemente, commentare la varia e disparata amalgama di nemici dell’euro. Questo gruppo include nelle sue fila elementi così diversi tra loro come dogmatici di estrema destra, nostalgici o inflessibili keynesiani come Krugman e Stiglitz, monetaristi che sostengono i tassi flessibili di cambio, come Barro e altri, sostenitori ingenui della teoria delle arie valutarie ottima di Mundell, sciovinisti terrorizzati dal dollaro (e della sterlina) e in breve, la legione di disfattisti confusi che “di fronte all’imminente scomparsa dell’euro” propone la “soluzione” di farlo saltare in aria e abolirlo il più presto possibile [11].


Forse l’esempio più chiaro (o meglio, la più convincente prova) del fatto che Mises avesse completamente ragione nella sua analisi in materia degli effetti dei tassi di cambio fissi, specialmente del Gold Standard, sulla demagogia politica e sindacale sta nel modo in cui i leader dei partiti politici di sinistra, i sindacalisti, gli opinionisti “progressisti”, gli indignati contro il sistema, i politici di estrema destra e, in generale, tutti gli appassionati della spesa pubblica, dei sussidi statali e dell’interventismo si ribellano apertamente e direttamente alla disciplina che impone l’euro e, in particolare, alla perdita di autonomia nella politica monetaria di ogni paese e a ciò che questo implica: la tanto vituperata dipendenza dai mercati, dagli speculatori e dagli investitori internazionali quando si tratta di essere in grado (o meno) di vendere il crescente debito pubblico richiesto per finanziare i continui deficit. Basta uno sguardo agli editoriali dei giornali più di sinistra [12] o una lettura delle dichiarazioni dei politici più demagoghi [13] o dei sindacalisti di punta, per osservare che è così e che oggi, proprio come nel 1930 con il gold standard, i nemici dei mercati e i difensori del socialismo, dello stato sociale e dei sindacati stanno protestando all’unisono, sia in pubblico che in privato, contro la “rigida disciplina che l’euro e i mercati finanziari stanno imponendoci” e stanno chiedendo la monetizzazione immediata del debito pubblico, senza alcuna contromisura sotto forma di austerità di bilancio o riforme che aumentino la competitività.


In ambito più accademico, ma anche con ampia copertura dei media, teorici contemporanei keynesiani stanno creando una grande offensiva contro l’euro, nuovamente con una belligeranza solo paragonabile a quella che aveva Keynes nei confronti del gold standard nel 1930. Specialmente paradigmatico è il caso di Krugman [14] che, da editorialista, racconta la stessa storia vecchia quasi ogni settimana su come l’euro sia una “camicia di forza” per la ripresa dell’occupazione e arriva persino a criticare il dissoluto governo americano per non essere sufficientemente espansivo e per essere caduto nei suoi (enormi) stimoli fiscali [15]. Più intelligente e colta, ma non meno sbagliata, è l’opinione di Skidelsky, dato che almeno spiega che la teoria del ciclo economico austriaca [16] offre l’unica alternativa al suo amato Keynes e riconosce chiaramente che la situazione attuale comporta una ripetizione del duello tra Hayek e Keynes negli anni Trenta [17].


Ancora più strana è la posizione assunta riguardo i tassi di cambio flessibili dai teorici neoclassici della scuola di Chicago [18]. Sembra che l’interesse di questo gruppo nei tassi di cambio flessibili e nel nazionalismo monetario predomini sul loro (si presume sincero) desiderio di incoraggiare le riforme di liberalizzazione economica. Infatti il loro obiettivo primario è quello di mantenere la politica monetaria autonoma e di essere in grado di svalutare (o deprezzare) la valuta locale per “recuperare competitività” e assorbire la disoccupazione il più presto possibile, e solo allora, alla fine, si concentrano sul tentativo di favorire la flessibilità e sulle riforme per un mercato libero. La loro ingenuità è estrema e abbiamo fatto riferimento ad essa nella nostra discussione sulle ragioni del dissenso tra Mises, dal lato della Scuola Austriaca, e Friedman, dal lato dei teorici di Chicago, nel dibattito sui tassi di cambio fissi contro quelli flessibili. Mises ha sempre visto molto chiaramente che i politici non sono capaci di prendere misure nella giusta direzione se non sono letteralmente obbligati a farlo e che i tassi flessibili e il nazionalismo monetario rimuovono ogni incentivo in grado di disciplinare i politici, abolendo la “rigidità verso il basso” dei salari (che diventa una sorta di presupposto che si auto realizza e che i monetaristi e i keynesiani accettano con tutto il cuore) e i privilegi di cui godono i sindacati e tutti gli altri gruppi di pressione. Mises ha anche osservato che, di conseguenza, nel lungo periodo e anche loro malgrado, i monetaristi finiscono per diventare compagni di viaggio delle vecchie dottrine keynesiane: una volta che la “competitività” è stata “recuperata”, le riforme vengono rinviate e, ancora peggio, i sindacalisti diventano abituati agli effetti distruttivi delle loro politiche regolatrici continuamente mascherate da svalutazioni successive.


Questa contraddizione latente tra la difesa del libero mercato e il sostegno al nazionalismo monetario e la manipolazione attraverso cambi “flessibili” è evidente in molti fautori dell’interpretazione più diffusa della teoria di Robert A. Mundell sulle “aree valutarie ottimali” [19]. Tali aree sarebbero quelle in cui, tanto per cominciare, tutti i fattori produttivi sono altamente mobili, perchè, se non fosse questo il caso, sarebbe meglio dividerli in compartimenti con valute di minor portata, per permettere l’uso di una politica monetaria autonoma nel caso di ogni “shock esterno”. Comunque dovremmo chiederci: questo ragionamento ha senso? Non del tutto: la maggior fonte di rigidità nel lavoro e il fattore da cui attualmente il mercato è bloccato e sanzionato, è  rappresentato dalll’interventismo e dalla regolamentazione statale del mercato, quindi è assurdo pensare che gli stati e i loro governi commettano harakiri, perdendo il loro potere e tradendo la loro clientela politica, al fine di adottare una moneta comune dopo. Invece, l’esatto contrario è vero: solo quando i politici hanno raggiunto una moneta comune (l’euro nel nostro caso), sono stati forzati ad attuare le riforme che fino a poco tempo fa sarebbero state inconcepibili per loro. Nelle parole di Walter Block:



il governo è la principale o unica fonte dell’immobilità. Lo stato, con le sue regole… è la ragione principale per cui i fattori di produzione sono meno mobili di quanto sarebbero altrimenti. In altri tempi i costi di trasporto sarebbero stati la spiegazione e causa principale, ma con tutti i progressi tecnologici raggiunti, questo fattore è molto meno importante nel nostro mondo moderno “sempre più piccolo. Se è così, allora sotto il capitalismo del laissez-faire non ci sarebbe praticamente nessun fattore di immobilità e, data la verità approssimativa di questi presupposti, la regione mundelliana diventa quindi l’intero globo – proprio come sarebbe in un regime di gold standard [20].



Questa conclusione di Block è ugualmente applicabile per l’area dell’euro, nella misura in cui gli atti dell’euro, che abbiamo già indicato come una “delega” per il gold standard, riescono a disciplinare e limitare il potere arbitrario dei politici degli stati membri.


Non dobbiamo mancare di sottolineare che keynesiani, monetaristi e mundelliani si sbagliano tutti perché ragionano esclusivamente in termini di aggregati macroeconomici, e quindi propongono, con lievi differenze, lo stesso tipo di regolazione attraverso la manipolazione monetaria e fiscale, la “messa a punto” di flessibili tassi di cambio. Essi credono che tutto lo sforzo necessario per superare la crisi dovrebbe essere guidato da modelli macroeconomici e dall’ingegneria sociale. Così ignorano completamente la profonda distorsione microeconomica che la manipolazione monetaria (e fiscale) genera nella struttura dei prezzi relativi e in quella dei beni capitali. Una svalutazione forzata (o deprezzamento) è onnicomprensiva, ovvero comporta un improvviso calo percentuale lineare nei prezzi dei beni di consumo, dei servizi e dei fattori produttivi, un calo che è uguale per tutti. Sebbene nel breve questo dia l’impressione di una ripresa intensa attività economica e un rapido assorbimento della disoccupazione, in realtà distorce completamente la struttura dei prezzi relativi (dal momento che senza la manipolazione monetaria alcuni prezzi sarebbero calati maggiormente, altri meno e altri non sarebbero scesi del tutto e altri ancora sarebbero, invece, saliti), porta ad una diffusa cattiva allocazione delle risorse produttive, e provoca un trauma importante che ogni economia necessiterebbe di anni per elaborare e riprendersi [21]. Questa è l’analisi microeconomica centrata sui prezzi relativi e la struttura produttiva che i teorici austriaci hanno sviluppato [22] e che, al contrario, manca completamente nello strumentario analitico dei teorici dell’economia che si oppongono all’euro.


Infine, al di fuori della sfera puramente accademica, l’insistenza fastidiosa con cui gli economisti anglosassoni, gli investitori e gli analisti finanziari tentano di screditare l’euro, prevedendo un tetro futuro, è in qualche modo sospetta. L’impressione è rafforzata dalla posizione ipocrita delle diverse amministrazioni americane (e anche, in misura minore, dal governo britannico) nel desiderare (tiepidamente) che l’euro-zona tenga “la sua economia in ordine” e omettendo con interesse che la crisi finanziaria si è originata dall’altro lato dell’Atlantico, cioè nell’incosciente e espansionistica politica perseguita dalla Federal Reserve per anni, i cui effetti si sono diffusi nel resto del mondo attraverso il dollaro, che è ancora utilizzato come valuta di riserva internazionale. Inoltre, c’è un’insopportabile pressione per l’euro zona affinché introduca politiche monetarie tanto espansionistiche e irresponsabili (“quantitative easing”) quanto quelle adottate negli Stati Uniti e questa pressione è doppiamente ipocrita, dal momento che una tale evenienza darebbe senza dubbio il colpo di grazia alla moneta unica europea.


Questa posizione nel mondo anglosassone non potrebbe nascondere un timore che il futuro del dollaro come valuta di riserva internazionale può essere minacciata se l’euro dovesse sopravvivere e fosse in grado di competere efficacemente con il dollaro in un futuro non troppo distante? Tutte le indicazioni suggeriscono che la questione stia diventando sempre più pertinente e, anche se oggi non sembra molto politically correct, c’è l’impressione che si versi il sale sulla ferita che è più dolorosa per gli analisti e le autorità del mondo anglosassone: l’euro sta emergendo come un potenziale rivale enormemente potente per il dollaro a livello internazionale [23].


Come possiamo vedere, la coalizione anti-euro riunisce diversi e potenti interessi. Ognuno diffida dell’euro per una ragione diversa. Tuttavia tutti hanno un comune denominatore: gli argomenti che costituiscono la base della loro opposizione all’euro sono gli stessi, potrebbero ripeterli con ancora più enfasi se invece che la singola valuta europea avessero a che fare con il classico sistema monetario del Gold Standard. In realtà vi è un elevato grado di somiglianza tra le forze che hanno stretto un’alleanza per costringere l’abbandono del gold standard e quelli che oggi cercano (fino ad ora senza successo) di reintrodurre il vecchio e obsoleto nazionalismo monetario in Europa. Come abbiamo già indicato, tecnicamente era molto più facile abbandonare il gold standard allora di quanto sarebbe oggi per qualsiasi paese lasciare l’unione monetaria. In questo contesto, non dovrebbe sorprendere che i membri della coalizione anti-euro spesso cadano nel disfattismo più sfacciato: predicono un disastro e l’impossibilità di mantenere un’unione monetaria e poi propongono la “soluzione” di smantellarla immediatamente. Essi si spostano anche così lontano per tenere concorsi internazionali (- dove altro – in Inghilterra, la casa di Keynes e del nazionalismo monetario) in cui centinaia di “esperti” e pazzi partecipano ognuno con le sue proposte per la migliore e più innocua strada per fa crollare l’unione monetaria europea [24].


5. I veri peccati capitali dell’Europa e l’errore fatale della Banca Centrale Europea [25].


Nessuno può negare che l’Unione Europea soffra cronicamente di una serie di gravi problemi economici e sociali. Tuttavia, il chiacchierato euro non fa parte di loro. Piuttosto è vero il contrario: l’euro agisce come un potente catalizzatore che rivela la gravità dei veri problemi in Europa e accelera o “precipita” l’attuazione delle misure necessarie per risolverle. Infatti, oggi, l’euro sta aiutando a diffondere, più che mai, consapevolezza sull’insostenibilità dell’enorme stato sociale europeo e sulla necessità sostanziale di una sua riforma[26]. Lo stesso si può dire per gli onnicomprensivi programmi di aiuto e sovvenzione, tra i quali la Politica Agricola Comune occupa una posizione chiave, sia in termini dei suoi dannosi effetti sia nella sua totale mancanza di razionalità economica [27]. Soprattutto possiamo dire che la cultura dell’ingegneria sociale e la regolamentazione oppressiva, con il pretesto di armonizzare la legislazione dei diversi paesi, fossilizzano il mercato unico europeo impedendogli di essere un vero e proprio mercato libero [28]. Ora più che mai, il vero costo di tutti questi difetti strutturali si sta evidenziando nell’eurozona: senza una politica monetaria autonoma i vari governi sono stati letteralmente costretti a riconsiderare (e, quando possibile, a ridurre) tutte le loro voci di spesa pubblica, tentando di recuperare e guadagnare competitività internazionale con la deregolamentazione e l’aumento, quando applicabile, della flessibilità dei loro mercati (in particolare il mercato del lavoro, che è tradizionalmente molto rigido in molti paesi dell’unione monetaria).


In aggiunta ai peccati capitali dell’economia europea di cui sopra, dobbiamo aggiungerne un altro che è forse ancora più grave, per via della sua peculiare natura subdola. Ci riferiamo alla grande facilità con cui le istituzioni europee, molte volte a causa di una mancanza di lungimiranza, leadership o convinzione riguardo i loro stessi progetti, si permettono di rimanere impigliate nelle politiche che nel lungo periodo sono incompatibili con le esigenze di una singola valuta e di un vero mercato unico libero.


In primo luogo è sorprendente notare la crescente regolarità con cui vengono introdotte le fiorenti e soffocanti nuove misure di regolamentazione in Europa dal mondo accademico e politico anglosassone, in particolare gli Stati Uniti [29], spesso quando tali misure si sono già dimostrate inefficaci o estremamente dirompenti e spiazzanti. Questa influenza malsana fa parte di una lunga tradizione consolidata (ricordiamo che i sussidi agricoli, la legislazione antitrust e le regolamentazioni in materia di “responsabilità sociale delle imprese” sono in realtà nate, come molti altri interventi fallimentari, negli Stati Uniti). Oggi queste misure di regolamentazione sono rinforzate ad ogni passo, ad esempio il cosiddetto “giusto valore di mercato” e il resto dei principi contabili internazionali o i tentativi (finora, fortunatamente falliti) di attuare i cosiddetti accordi di Basilea III per il settore bancario e Solvency II per il settore assicurativo, entrambi i quali soffrono di carenze teoriche e mancanze teoriche fondamentali e insormontabili, così come pure gravi problemi in relazione alla loro applicazione pratica [30].


Un secondo esempio della malsana influenza anglosassone può essere trovata nel piano europeo di ripresa economica che la Commissione Europea ha lanciato nel 2008. sotto gli auspici del Washington Summit, con la leadership dei politici keynesiani come Barack Obama e Gordon Brown e su consiglio dei teorici economici nemici dell’euro, come Krugman e altri [31]. Il piano raccomanda ai paesi membri l’espansione della spesa pubblica dell’1,5 per cento del PIL (circa 200 miliardi di euro). Anche se alcuni paesi, come la Spagna, hanno fatto l’errore di espandere i loro bilanci, il piano, grazie a Dio e all’euro, e per la disperazione dei keynesiani e dei loro seguaci [32], ben presto non è approdato a nulla, una volta che è diventato chiaro che sarebbe solo servito ad aumentare i deficit, precludendo il conseguimento degli obiettivi del trattato di Maastricht e avrebbe gravemente destabilizzato i mercati del debito sovrano nei paesi dell’Eurozona. Ancora una volta l’euro ha fornito un quadro disciplinare e un freno al deficit, in contrasto con la sconsideratezza del bilancio dei paesi che sono vittime del nazionalismo monetario e, in particolare, gli Stati Uniti e soprattutto l’Inghilterra, che ha chiuso con un disavanzo pubblico del 10.1% del PIL nel 2010 e dell’8,8% nel 2011, su scala mondiale superata solo da Grecia e Egitto. Nonostante tali deficit e pacchetti di stimolo fiscale, la disoccupazione in Inghilterra e negli Stati Uniti rimane a livelli record (o molto alta) e le loro rispettive economie non sono decollate.


In terzo luogo, e soprattutto, c’è una crescente pressione per una completa unione politica europea, che alcuni indicano come l’unica “soluzione” che potrebbe consentire la sopravvivenza dell’Euro nel lungo periodo. Oltre agli “eurofanatici”, che difendono sempre ogni scusa che possa giustificare un maggiore potere e il centralismo di Bruxelles, due gruppi condividono il sostegno all’unione politica. Un gruppo è costituito, paradossalmente, dai nemici dell’euro, in particolare quelli di origine anglosassone: ci sono gli americani che, abbagliati dal potere centrale di Washington e consapevoli che non potrebbe essere replicato in Europa, sanno che con la loro proposta stanno iniettando un virus letale per l’euro; e ci sono gli inglesi, che rendono l’euro un (ingiustificato) capro espiatorio su cui sfogare le loro (completamente giustificate) frustrazioni in vista del crescente interventismo di Bruxelles. L’altro gruppo è costituito da tutti quei teorici e pensatori che credono che solo la disciplina imposta da un governo centrale possa garantire gli obiettivi  di deficit e debito pubblico stabiliti nel trattato di Maastricht.


Nonostante ciò, il problema più serio non giace nella minaccia di un’impossibile unione politica, ma nell’inconfutabile fatto che una politica di espansione del credito, portata avanti in modo sostenuto dalla BCE in un periodo di apparente prosperità economica, sia capace di cancellare, almeno temporaneamente, gli effetti disciplinanti esercitati dall’euro sugli agenti economici di ogni paese. Quindi, l’errore fatale della BCE consiste nel non essere riuscita a isolare e proteggere l’Europa dalla grande espansione del credito orchestrata su scala mondiale dalla Fed e iniziata nel 2001. Per diversi anni, in un lampante fallimento nell’osservazione del Trattato di Maastricht, la Banca Centrale Europea ha permesso che l’M3 crescesse ad un tasso più alto del 9% annuo, che di gran lunga supera l’obiettivo della crescita del 4,5% dell’offerta di denaro, un punto originariamente fissato dalla BCE stessa [33]. Inoltre, sebbene questo aumento sia stato sensibilmente meno imprudente rispetto a quello creato dalla Fed, il denaro non è stato distribuito in maniera uniforme tra i paesi dell’Unione monetaria e ha avuto un impatto sproporzionato sui paesi periferici (Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia), che hanno visto i loro aggregati monetari crescere ad un ritmo molto più rapido, tra le tre e le quattro volte maggiore, rispetto a Francia e Germania. Molti motivi possono essere addotti per spiegare questo fenomeno, dalla pressione applicata da Francia e Germania, entrambe alla ricerca di una politica monetaria che in quegli anni non sarebbe stata troppo riduttiva per loro, all’estrema mancanza di lungimiranza dei paesi periferici, che non hanno voluto ammettere di essere nel bel mezzo di una bolla speculativa, come il caso della Spagna, e quindi non erano in grado di dare istruzioni categoriche ai loro rappresentanti nel Consiglio della BCE affinché rendessero importante il rispetto rigoroso degli obiettivi stabiliti dalla Banca Centrale Europea stessa. Infatti, durante gli anni precedenti la crisi, tutti questi paesi, tranne la Grecia [34], hanno facilmente osservato i limiti di deficit del 3%, e alcuni, come Spagna e Irlanda, hanno persino chiuso i loro conti pubblici con grandi surplus [35]. Quindi, se il cuore dell’Unione Europea è stato escluso dal processo americano di irrazionale esuberanza, il processo è stato ripetuto con grande intensità nei paesi europei periferici, e nessuno, o poche persone, hanno correttamente diagnosticato il grave pericolo che incombeva [36]. Se gli accademici e le autorità politiche sia dei paesi interessati che della BCE, piuttosto che usare gli strumenti analitici macroeconomici e dei monetaristi importati dal mondo anglosassone avessero usato quelli della teoria austriaca del ciclo economico [37] – che dopo tutto è un prodotto del più genuino pensiero continentale – essi sarebbero riusciti a identificare in tempo la natura artificiale della prosperità di questi anni, l’insostenibilità di molti investimenti (specialmente rispetto allo sviluppo del settore immobiliare) che venivano intrapresi grazie alla grande disponibilità di credito e la natura, di breve durata, del sorprendente influsso delle crescenti entrate pubbliche. Eppure, fortunatamente, anche se nel ciclo più recente la BCE non è stata all’altezza degli standard che i cittadini europei avevano il diritto di aspettarsi, e potremmo anche chiamare la sua politica una “solenne tragedia”, la logica dell’euro come valuta unica ha prevalso così chiaramente da esporre gli errori commessi, obbligando tutti a tornare sul sentiero del controllo e dell’austerità. Nella prossima sezione ci soffermeremo brevemente sul modo specifico in cui la Banca Centrale Europea ha formulato la sua politica durante la crisi e in quali punti questa politica differisca da quella seguita dalle banche centrali di Stati Uniti e Regno Unito.


6. Euro contro Dollaro (e Sterlina) e Germania contro Stati Uniti (e Gran Bretagna)


Una delle più importanti caratteristiche dell’ultimo ciclo, culminato nella Grande Recessione del 2008, è stata, senza dubbio, il differente comportamento nelle politiche fiscali e monetarie dell’area Anglo Sassone, basate sul nazionalismo monetario e quelle perseguite dai paesi membri dell’unione monetaria europea. Effettivamente, dall’inizio della crisi, sia la Fed che la Banca d’Inghilterra hanno adottato politiche monetarie di riduzione dei tassi vicine allo zero; immissione di grandi quantità di moneta nell’economia (eufemisticamente chiamate “alleggerimento quantitativo”); e continua, diretta e sfacciata monetizzazione del debito pubblico[38]. A questa politica monetaria permissiva (con la benedizione dei monetaristi e Keynesiani) è stato aggiunto un forte stimolo fiscale con lo scopo di mantenere, sia negli Usa che in GB, i deficit di bilancio vicini al 10% del Pil (riduzione considerata insufficiente dalla maggior parte dei Keynesiani recalcitranti, tra cui Krugman).


In contrasto con la situazione del dollaro e della sterlina, nell’area euro, fortunatamente, il denaro non può essere così facilmente iniettato nell’economia, né l’avventatezza di bilancio può essere mantenuta indefinitamente. Almeno in teoria, la BCE manca dell’autorità necessaria alla monetizzazione del debito pubblico e, sebbene abbia accettato bond sovrani come collaterali dei suoi enormi prestiti al settore bancario e abbia iniziato, a partire dall’estate del 2010, ad acquistare direttamente e sporadicamente obbligazioni dei paesi periferici (Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna), vi è certamente una differenza economica fondamentale tra il comportamento degli Stati Uniti e quello del Regno Unito e la politica seguita dall’Europa continentale: mentre l’aggressività monetaria e la spericolatezza fiscale vengono deliberatamente e sfacciatamente adottate senza riserve nel mondo Anglo Sassone, in Europa tali politiche sono perseguite controvoglia e, in molti casi, dopo numerosi, ripetuti ed infiniti “summit”. Sono il risultato di lunghi ed estenuanti negoziati tra le parti, nei quali paesi con diversi interessi devono raggiungere un accordo. Inoltre, molto più importante, quando la cartamoneta è iniettata nell’economia, supportando i debiti sovrani dei paesi in difficoltà, tali azioni sono sempre bilanciate con, e consentite in cambio di, riforme basate sull’austerità di bilancio (e non pacchetti di stimolo fiscale) e sull’introduzione di politiche dal lato dell’offerta che incoraggiano liberalizzazioni e competitività [39]; in più, sebbene sarebbe stato meglio fosse accaduto prima, la sospensione “de facto” dei pagamenti da parte della Grecia, al quale è stato concesso un “haircut” del 75%  verso i privati investitori che erroneamente avevano investito in obbligazioni sovrane elleniche, ha dato un chiaro segnale ai mercati per cui gli altri paesi in difficoltà non hanno alternativa, se non quella di implementare senza ritardo le rigorose e severe riforme necessarie. Come abbiamo visto, anche stati come la Francia, che ora sembrano intoccabili e soavemente avvolte da uno straripante welfare state, hanno perso valutazioni in termini di rating creditizio sul debito, dato il differenziale col bund tedesco, vedendosi condannati all’introduzione di austerity e riforme liberali per evitare di mettere in pericolo la loro membership tra i paesi europei sostenitori della linea dura [40].


Dal punto di vista politico, è abbastanza ovvio che la Germania (in particolare la cancelliera Angela Merkel) abbia un ruolo principale nella battaglia di stabilizzazione fiscale e austerity (opponendosi a tutte le proposte inopportune, come gli “eurobond”, che rimuoverebbero gli incentivi, per i diversi paesi, ad una azione rispettosa dei bilanci). Molte volte la Germania è costretta a nuotare controcorrente. Da una parte, c’è una costante pressione politica internazionale per l’adozione di misure di stimolo fiscale, soprattutto dall’amministrazione Obama, che sta usando la “crisi dell’euro” come una cortina fumogena al fine di nascondere i propri fallimenti politici; dall’altro lato, la Germania deve confrontarsi con il rifiuto e l’incomprensione da parte di tutti coloro che vogliono rimanere nell’euro solo per i vantaggi che questo offre mentre, simultaneamente, essi si ribellano contro la disciplina fiscale che la moneta unica impone, soprattutto ai politici populisti e più irresponsabili e ai gruppi di interesse privilegiati.


In tutti i casi, e come illustrazione che, comprensibilmente, farà infuriare i Keynesiani e i monetaristi, dobbiamo mettere in luce i risultati non confortanti che, ad ora, sono stati raggiunti con gli stimoli fiscali Americani e gli “alleggerimenti quantitativi”, comparati alle politiche dal lato dell’offerta tedesche e l’austerità fiscale nella zona euro: deficit di bilancio tedesco 1% – deficit Usa oltre 8,20 %; disoccupazione tedesca 5,9% – disoccupazione Usa vicina al 9%; inflazione tedesca 2.5% – inflazione Usa 3.17%; crescita tedesca 3% – crescita Usa 1.7% (i dati del Regno Unito sono ancora peggiori di quelli americani). Lo scontro tra paradigmi non potrebbe essere più evidente [41].


7. Conclusione: Hayek contro Keynes


Proprio come col gold standard a suo tempo, oggi una marea di persone criticano e incolpano l’euro per il suo principale pregio: la capacità di disciplinare i politici stravaganti e i gruppi di pressione. Chiaramente, in nessun modo l’euro costituisce lo standard monetario ideale, il quale, come abbiamo precedente visto, può solo essere costituito dal classico gold standard, con un coefficiente di riserva del 100% sui depositi a vista e l’abolizione della banca centrale. Perciò, è possibile che, trascorso un certo periodo di tempo e calmatisi i tumulti finanziari, la Bce possa tornare a commettere gravi errori del passato, promuovendo e favorendo la crescita di nuove bolle di espansione creditizia[42]. Tuttavia, lasciateci ricordare che i peccati della Fed e della Banca d’Inghilterra sono stati molto peggiori e che, almeno nell’Europa continentale, l’euro ha messo fine al nazionalismo monetario e, per gli stati membri, sta agendo, timidamente, come “proxy” (approssimazione) del gold standard, incoraggiando rigore fiscale e riforme mirate a migliorare la competitività, mettendo fine agli abusi del welfare state e della demagogia politica.


Comunque sia, dobbiamo riconoscere di essere in una congiuntura storica [43]. L’euro deve sopravvivere se tutta l’Europa vuole adottare la tradizionale stabilità monetaria tedesca, che, in definitiva, è l’unico ed essenziale modello attraverso cui, nel breve e nel medio termine, la competitività europea e la crescita possono essere sostenute. Su scala mondiale, la sopravvivenza e il consolidamento dell’euro permetterà, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, l’emersione di una valuta capace di competere concretamente col monopolio del dollaro come standard monetario internazionale, quindi capace di disciplinare l’attitudine americana a provocare crisi finanziarie sistemiche, come quella del 2007, che mettono costantemente in pericolo l’ordine economico mondiale.


Poco più di 80 anni fa, in un contesto storico simile al nostro, il mondo era diviso tra il mantenimento del gold standard, con la disciplina fiscale che questo comportava, la flessibilità lavorativa e il libero e pacifico commercio e il suo abbandono, con la conseguente diffusione del nazionalismo monetario, le politiche inflazionistiche, le rigidità lavorative, l’interventismo, il “fascismo economico” e il protezionismo. Hayek e gli Austriaci guidati da Mises compirono uno sforzo intellettuale titanico nell’analizzare, spiegare e difendere i vantaggi del gold standard e del libero scambio, in opposizione ai teorici, guidati da Keynes e dai monetaristi, che scelsero di ripudiare i fondamenti fiscali e monetari del laissez faire, i quali avevano innescato la Rivoluzione Industriale e il progresso della civilizzazione [44].


In quella occasione, il pensiero economico prese una strada diversa da quella preferita da Mises e Hayek e tutti noi abbiamo familiarità con le conseguenze economiche, politiche e sociali che fecero seguito a quella scelta. Come conseguenza, oggi, nel ventunesimo secolo, incredibilmente, il mondo è ancora afflitto da instabilità finanziaria, mancanza di disciplina di bilancio e demagogia politica. Per tutte queste ragioni, ma principalmente perché l’economia mondiale ne ha un estremo bisogno, in questa nuova occasione [45], Mises e Hayek meritano una rivincita e l’euro (almeno provvisoriamente, finché non sarà rimpiazzato una volta per sempre dal gold standard) merita di sopravvivere[46].


Articolo di Jesus Huerta de Soto sul Cobden Centre


Traduzione di Francesco Simoncelli, Antonio Manno, Nicolò Signorini e Luigi Pirri


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Note:


[1] I principali autori e le più importanti formulazioni teoriche possono essere consultate in Huerta de Soto 2012 [1998].


[2] Ibid., capitolo 9.


[3] F.A. Hayek 1971 [1937].


[4] Sebbene Hayek non li nomini espressamente, si riferisce ai teorici della scuola di Chicago, guidati da Milton Friedman, che, in questa come in altre aree, condividono le vedute dei Keynesiani


[5] Più avanti vedremo come, con una singola valuta come l’euro, il ruolo disciplinante dei tassi di cambio fissi è svolto dal debito sovrano e societario di ciascun paese.


[6] Per evidenziare maggiormente l’argomento Misesiano, dovrei aggiungere che non c’è modo di attribuire al gold standard l’errore che Churchill commise dopo la Prima Guerra Mondiale, quando fissò la parità aurea senza prendere in considerazione la seria inflazione della sterlina avutasi per finanziare la Guerra; ciò non ha nulla a che fare con la situazione attuale dell’euro, che fluttua liberamente nei mercati internazionali, né con quei problemi che affliggono i paesi periferici dell’eurozona e dai quali deriva la perdita di competitività reale sofferta durante la bolla (Huerta de Soto 2012 [1998], 447, 622 – 623 nell’edizione Inglese).


[7] In Spagna, diversi economisti Austriaci, incluso me, per anni hanno esortato inutilmente l´introduzione di queste (e molte altre) riforme che sono state ritenute politicamente possibili solo ora e sono state adottate così improvvisamente e con una certa urgenza solo grazie all’euro. Due osservazioni: primo, le misure che costituiscono un passo nella direzione giusta sono state rovinate dall’aumento delle imposte e tasse, specialmente quelle sul reddito, sul capitale e sul patrimonio (vedi il manifesto contro l’aumento delle tasse che ho firmato insieme ad altri 50 accademici nel Febbraio del 2012); secondo, il principio del pareggio di bilancio è una condizione necessaria ma non sufficiente per ritornare ad un’economia sostenibile, poiché, nel caso di un altro episodio di espansione creditizia, solo un grande surplus negli anni della prosperità può rendere possibile, quando ritorna la depressione, di evitare gravi problemi come quelli che ci affliggono oggi.


[8] Per la prima volta, grazie all’euro, la Grecia é forzata ad affrontare le sfide che il futuro gli ha posto. Sebbene gli scettici monetaristi ed i recalcitranti Keynesiani non vogliano riconoscerlo, la deflazione interna é possibile e non comporta nessun “ciclo perverso” se é accompagnata da importanti riforme per liberalizzare l´economia e recuperare competitività. È vero che la Grecia ha ricevuto e sta ricevendo sostanziali aiuti, ma non é meno vero che ha la responsabilità storica del rifiuto delle previsioni di tutti quei profeti di sventura che, per differenti ragioni, sono determinati a vedere il fallimento dello sforzo ellenico, potendo così mantenere nei loro modelli la vecchia e stantia ipotesi (poiché interessati) che i prezzi (ed i salari) siano rigidi verso il basso (vedi anche le nostre critiche nella nota 9 sugli effetti disastrosi della tanto invocata e favorita svalutazione Argentina del 2001). Per la prima volta, la tradizionale fallita e corrotta Grecia ha preso dei rimedi drastici. In due anni  (2010-2011) il deficit pubblico é sceso di 8 punti percentuali, i salari pubblici sono stati tagliati del 15% e di un altro 20% dopo, il loro numero é stato ridotto di oltre 80.000 unità ed il numero delle giunte municipali della metà; l’età pensionabile é stata aumentata, il salario minimo è stato diminuito, etc. (Vidal-Folch 2012). Questa “eroica” ricostruzione contrasta con la decomposizione economica e sociale dell’Argentina, che prese la strada opposta (Keynesiana e monetarista) del nazionalismo monetario, della svalutazione e dell´inflazione.


[9] Quindi, fortunatamente, siamo “incatenati all’euro”, per usare un’opportuna affermazione di Cabrillo (Cabrillo 2012). Forse, l´esempio contemporaneo più Keynesiano e monetarista di tutti per illustrare i “meriti” della svalutazione e dell’abbandono dell’euro è il caso dell’Argentina e del congelamento delle banche (“corralito”) del Dicembre 2011. Quest’esempio è seriamente fallace per due ragioni. Primo, nella migliore delle ipotesi, il congelamento delle banche è la semplice presa di coscienza che il sistema bancario a riserva frazionaria non può funzionare senza un prestatore di ultima istanza (Huerta de Soto 2012 [1998], 785-786). Secondo, seguendo la tanto decantata svalutazione, il PIL procapite Argentino calò da 7.726 dollari nel 2000 a 2.767 dollari nel 2002, perdendo così i due terzi del suo valore. Questa caduta del 65% dei ricavi e della ricchezza degli Argentini dovrebbe dare un motivo di riflessione in più a tutti coloro che oggigiorno protestano e dimostrano violentemente, per esempio in Grecia, contro i sacrifici molto minori rappresentati dalla riduzione dei prezzi provocati dalla salutare ed inevitabile deflazione interna provocata dalla disciplina dell’euro. Ancora, tutta la parlantina intorno all’impressionante crescita argentina, superiore all’8% dal 2003, dovrebbe impressionarci molto poco quando consideriamo l’estremo basso livello di partenza dovuto dalla svalutazione stessa, così come la povertà, la paralisi e la natura caotica dell’economia del paese sudamericano, laddove un terzo della popolazione è finita a dipendere dai sussidi e dagli aiuti statali, il tasso reale d´inflazione supera il 30% e la scarsità, le restrizioni, i regolamenti, la demagogia, l’incapacità delle riforme e il controllo governativo (e l’avventatezza) sono diventati gli argomenti del giorno (Gallo 2012) [Sulla stessa linea, Pierpaolo Barbieri afferma: “Trovo veramente incredibile che vi siano commentatori seri ed economisti come Nouriel Roubini che offrano l’Argentina come modello per la Grecia” (Barbieri 2012)].


[10] Persino il Presidente della BCE, Mario Draghi, é andato così lontano da affermare: “il modello sociale continentale é finito”  (Blackstone, Karnitschnig, and Thomson 2012).


[11] Non includo qui l’analisi del mio stimato discepolo e collega Philipp Bagus (The Tragedy of the Euro, Ludwig von Mises Institute, Auburn, Alabama, USA 2010), giacché, dal punto di vista tedesco, la manipolazione dell’euro, da parte della Bce, minaccia la stabilità monetaria tedesca tradizionalmente goduta col marco. Tuttavia, la sua visione per cui l’euro abbia favorito politiche irresponsabili attraverso una tipica tragedia dei beni comuni mi sembra debole, poiché, durante la bolla, la maggior parte dei paesi ora alla prese con grandi problemi, con la sola eccezione greca, godeva di un surplus nei suoi conti pubblici (o qualcosa di molto vicino ad un surplus). Quindi, credo che l’eccellente lavoro di Bagus sarebbe stato più accurato se fosse stato intitolato “La Tragedia della Banca Centrale Europea” (non dell’euro), soprattutto alla luce dei gravi errori commessi dalla Bce durante la bolla, errori che sottolineeremo più avanti in questo stesso articolo (grazie a Juan Ramòn Rallo per avermi suggerito l’idea).


[12] La linea editoriale del defunto quotidiano spagnolo Público era emblematica (vedi anche il caso di Estefanìa 2011 e la sua critica alla già menzionata riforma dell’articolo 135 della Costituzione Spagnola al fine di stabilire il principio “anti Keynesiano” della stabilità di bilancio e dell’equilibrio fiscale).


[13] Si vedano, ad esempio, le dichiarazioni del candidato socialista alla presidenza Francese, per cui “la strada dell’austerità è inefficace, mortale e pericolosa” (Hollande, 2012) o quelle della candidata di estrema destra Marine Le Pen, la quale ritiene che i Francesi “dovrebbero tornare al franco e chiudere una volta per tutte il periodo dell’euro”  (Martìn Ferrand 2012).


[14] Tra i tanti articoli, un esempio è costituito da Krugman 2012; vedi anche Stiglitz 2012.


[15] Il deficit pubblico si è attestato tra l’8,2 e il 10%  negli ultimi tre anni, in netto contrasto col deficit Tedesco, che ha raggiunto appena l’1% nel 2011.


[16] Una spiegazione aggiornata della teoria Austriaca del ciclo economico può essere consultata in Huerta de Soto 2012 [1998], capitolo 5.


[17] Skidelsky 2011.


[18] Una legione di economisti appartiene a questo gruppo e la maggior parte di essi (sorpresa sorpresa!) arriva dall’area anglosassone. Tra gli altri, potrei menzionare Robert Barro (2012), Martin Feldstein (2011) e il consigliere del Presidente Obama Austan Goolsbee (2011). In Spagna, per ragioni diverse, dovrei citare eminenti economisti come Pedro Schwartz, Francisco Cabrillo e Alberto Recarte.


[19] Mundell 1961.


[20] Block 1999, 21.


[21] Cfr. l’eccellente analisi di Whyte (2011) dei gravi danni che il deprezzamento della sterlina sta causando al Regno Unito; per ciò che concerne gli Stati Uniti, cfr. Laperriere 2012.


[22] Huerta de Soto 2012 [1998].


[23] “L’euro, come valuta di un’area economica che esporta molto più degli Stati Uniti, ha mercati finanziari ben sviluppati ed è supportata da una banca centrale di fama mondiale e rappresenta un’ovvia alternativa al dollaro. Mentre, attualmente, sembra di moda esprimere morte e distruzione riguardo la moneta unica europea, la realtà è che essa costituisce il 37% di tutti gli scambi sui mercati esteri; 31% di tutte le emissioni internazionali di obbligazioni; 28% degli scambi esteri di valuta la cui composizione è divulgata dalle banche centrali” (Eichengreen 2011, 130). Guy Sorman, per suo conto, ha sottolineato “l’ambigua attitudine degli attori ed esperti finanziari Usa; essi non hanno mai apprezzato l’euro perché, per definizione, l’euro compete con il dollaro: seguendo gli ordini, i cosiddetti <esperti> americani ci hanno spiegato che l’euro non può sopravvivere senza un governo economico centrale e un singolo sistema fiscale” (Sorman 2011). In breve, risulta chiaro che i campioni della competizione tra valute dovrebbero destinare i loro sforzi contro il monopolio del dollaro (magari supportando l’euro), piuttosto che sostenere la reintroduzione di, e la competizione tra, “piccole valute locali” di minore importanza (dracma, escudo, peseta, lira, sterlina, franco e anche marco).


[24] Questo è il caso della gara tenutasi nel Regno Unito grazie a Lord Wolfson, il proprietario dei magazzini Next. Ad oggi, questo contest ha attratto non meno di 650 “esperti” e picchiatelli. Se non fosse per la crassa e ovvia ipocrisia implicita in queste iniziative, sempre tenute fuori dall’area euro (specialmente nel mondo anglosassone e da quelli che temono, odiano o disprezzano l’euro), dovremmo lodarli per gli sforzi profusi e l’interesse mostrato in una valuta che, dopotutto, non è nemmeno la loro.


[25] Potrebbe essere utile notare che l’autore di queste righe è un “Euroscettico” e mantiene l’idea che le funzioni dell’Unione Europea dovrebbero essere limitate esclusivamente a garantire la libera circolazione di persone, capitali e merci in un unico contesto monetario (possibilmente il gold standard).


[26] Ho già menzionato le recenti riforme legislative che hanno allungato l’età pensionabile a 67 anni (indicizzandola ai cambiamenti futuri dell’aspettativa di vita), riforme già introdotte o in procinto di essere introdotte in Germania, Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Potrei anche citare l’introduzione di un “ticket” e l’aumento delle aree di privatizzazione connesse alle cure sanitarie. Sono piccoli passi nella giusta direzione, i quali, a causa dei loro alti costi politici, non sarebbero stati presi senza l’euro. Essi contrastano con il percorso opposto intrapreso e indicato dalla riforma sanitaria di Barack Obama e con l’ovvia resistenza al cambiamento sperimentata con l’avanzamento dell’inevitabile riforma del Servizio Sanitario Nazionale Britannico.


[27] O’Caithnia 2011.


[28] Booth 2011.


[29] Cfr. “United States’ Economy: Over-regulated America: The home of laissez-faire is being suffocated by excessive and badly written regulation,” The Economist, February 18, 2012, p. 8 e gli esempi già citati.


[30] Huerta de Soto 2003 and 2009.


[31] Sul supporto isterico per il grande pacchetto di stimolo fiscale di questo periodo, cfr. Fernando Ulrich 2011.


[32] Krugman 2012, Stiglitz 2012.


[33] Specificamente, l’aumento medio di M3 nell’euro zona, dal 2000 al 2011 ha superato il 6.3% e dovremmo focalizzarci sugli aumenti occorsi durante la bolla (2005, dal 7 all’8%; 2006, dall’8 al 10% e 2007, dal 10 al 12%). I dati mostrano che, come già indicato, l’obiettivo del pareggio di bilancio, sebbene meritorio, è una condizione necessaria, ma non sufficiente, alla stabilità: durante la fase espansiva di un ciclo indotto dall’aumento creditizio, gli impegni di spesa risultano tranquillamente raggiunti grazie alla falsa tranquillità generata dal surplus mentre, successivamente, quando la recessione colpisce, questi impegni diventano palesemente insostenibili. Il pareggio di bilancio richiede quindi un’economia non soggetta gli alti e bassi dell’espansione creditizia o, almeno, una chiusura con grandi surplus negli anni di espansione.


[34] Quindi, la Grecia sarebbe l’unico caso nel quale applicare la visione “tragedia dei comuni” Bagusiana (2010) riguardo l’euro. Alla luce del ragionamento suesposto, come già menzionato, credo che un titolo più adatto per l’eccellente lavoro di Bagus sarebbe stato La Tragedia della Banca Centrale Europea.


[35] Questi i surplus spagnoli: 0.96%, 2.02% e 1.90% nel 2005, 2006 e 2007 rispettivamente. Quelli irlandesi: 0.42%, 1.40%, 1.64%, 2.90%  e 0.67% nel 2003, 2004, 2005, 2006, e 2007, rispettivamente.


[36] L’autore di queste righe potrebbe essere citato come un’eccezione (Huerta de Soto 2012 [1998], xxxvii).


[37] Ibid.


[38] In questo momento (2011 – 2012), la Fed sta direttamente acquistando almeno il 40% del nuovo debito pubblico Americano. Una dichiarazione simile può essere fatta riguardo la Banca d’Inghilterra, diretto detentore del 25% di tutto debito sovrano del Regno Unito. In confronto a questi dati, la (diretta e indiretta) monetizzazione portata avanti dalla Bce sembra una birichinata.


[39] Luskin e Roche Kelly hanno fatto sempre riferimento alla “Rivoluzione Supply – Side Europea” (Luskin e Roche Kelly 2012). Altamente significativo è anche il “Piano per la Crescita in Europa”, lanciato il 20 febbraio 2012 dai leader dei dodici paesi dell’Unione Europea (inclusi Italia, Spagna, Paesi Bassi, Finlandia, Irlanda e Polonia), un piano che comprende solo politiche dal lato dell’offerta e non prevede misure di stimolo fiscale. Vi è anche il manifesto “Iniziativa per una Libera e Prospera Europa” (IFPE) firmato a Bratislava nel gennaio 2012 anche dal sottoscritto. In breve, un cambio dei modelli sembra una priorità nei paesi in cui, come la Spagna, c’è urgenza di muoversi da un’economia speculativa, “calda”, basata sull’espansione creditizia a una “fredda” economia basata sulla competitività. Effettivamente, appena i prezzi diminuiscono (“deflazione interna”) e la struttura dei prezzi relativi si riaggiusta, in un contesto di liberalizzazioni economiche e riforme strutturali, numerose opportunità di profitto imprenditoriale crescono (investimenti sostenibili ad esempio) e, in un’area monetaria molto estesa come quella dell’euro, attrarranno sicuramente finanziatori. Queste sono le modalità con cui la necessaria riabilitazione deve essere portata avanti: questa dovrebbe essere nuovamente fredda, sostenibile e basata sulla competitività.


[40] In questo contesto, come ho spiegato nella sezione dedicate alla “Coalizione anti euro”, non dovremmo essere sorpresi dalle dichiarazioni dei candidati alla presidenza francese, menzionate nella nota 13.


[41] Dati del 31 dicembre 2011.


[42] Altrove ho menzionato le riforme incrementali che, come la radicale separazione tra banche commerciali e banche di investimento (come prevedeva il Glass Steagall Act), potrebbero migliorare l’euro in qualche modo. Allo stesso tempo, è nel Regno Unito che, paradossalmente (o meno, alla luce dei devastanti danni sociali causati dalla crisi bancaria), le mie proposte hanno raccolto maggiore interesse, al punto che una proposta di legge è stata presentata al Parlamento Britannico al fine di completare il Peel’s Bank Charter Act del 1844 (curiosamente, ancora in vigore) estendendo il coefficiente di riserva del 100% ai depositi a vista. Il consenso ottenuto qui, nella separazione tra banca commerciale e banca di investimento, dovrebbe essere considerato un (molto piccolo) passo nella giusta direzione (Huerta de Soto 2010 e 2011).


[43] Il marito di mia zia, l’imprenditore Javier Vidal Sario da Navarre, rimasto perfettamente lucido e attivo alla veneranda età di novantatrè anni, mi assicura che in tutta la sua vita non aveva mai visto, neanche durante gli anni del Piano di Stabilizzazione del 1959, un simile sforzo di contenimento ed equilibrio fiscale in Spagna. Storicamente significativo è il fatto che questo sforzo non sta avendo luogo in un solo paese (la Spagna ad esempio) né in relazione ad una moneta locale (la vecchia peseta) ma, piuttosto, si sta diffondendo in tutta Europa, essendo compiuto da centinaia di milioni di persone che usano la stessa unità monetaria (euro).


[44] Già nel 1924, il grande economista Americano Benjamin M. Anderson scrisse: “Vita economica, politica finanziaria prudente, riduzione del debito piuttosto che nuova creazione dello stesso – tutte queste cose sono necessarie se l’Europa vuole tornare a splendere. E tutte queste cose sono coerenti con un grandemente maggiore standard di vita in Europa, se le attività fossero di nuovo messe in moto. Il gold standard, insieme allo sconto naturale e ai tassi di interesse, può fornire la più solida fondazione possibile affinché un tale percorso sia effettivamente intrapreso”. Chiaramente, di nuovo, la storia si ripete (Anderson 1924).


[45] Inoltre, questa situazione storica viene ora rivisitata in tutta la sua gravità in Cina, la cui economia è sull’orlo del collasso inflazionistico ed espansionistico. Cfr.: “Keynes versus Hayek in China”. The Economist, December 30, 2011.


[46] Come abbiamo visto, Mises, il grande difensore del gold standard e del coefficiente di riserva 100%, negli anni ’60 si scontrò frontalmente con alcuni teorici, guidati da Friedman, che supportavano tassi di cambio flessibili. Mises denunciò il comportamento del suo discepolo Machlup, quanto questi abbandonò la difesa dei tassi fissi. Ora, cinquant’anni dopo con l’euro, la storia si ripete. In quella occasione, i sostenitori del nazionalismo e dell’instabilità monetaria vinsero, con le conseguenze che conosciamo. Questa volta speriamo che la lezione sia stata imparata e che la visione Misesiana prevarrà. Il mondo ne ha bisogno e lo merita.


 

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