07/04/17

L’impero del debito [feedly]



----
L'impero del debito
// L' intellettuale dissidente

Le ultime illusioni sul nuovo inquilino della Casa Bianca sono state spazzate via con la più classica manifestazione guerriera dell'insensatezza yankee. Del resto, in un'epoca così complessa e miserabile era pur umano sperare in un vero cambio di rotta, una rivoluzione copernicana in grado di gettare nell'immondizia i guasti del quarantennio liberal-liberista. Eppure i primi tre mesi della presidenza Trump avevano già fatto intendere che delle promesse enfatiche della campagna elettorale rimaneva ben poco: fallita la riforma dell'Obamacare, smarrito ogni riferimento al grande piano di investimenti pubblici in infrastrutture, della rivoluzione restava soltanto l'ironica- e del tutto non casuale- presenza di numerosi uomini di Goldman Sachs nello scacchiere di nomine e cariche della nuova Amministrazione.

La finanza, ancora una volta, predomina e vince la Politica smentendo le rutilanti invettive rivolte da Donald a Wall Street al tempo del duello contro Hilary. Si potrebbe obiettare che, in fondo, i dati economici consegnino oramai alla Storia la Grande Recessione: i risultati dei corposi deficit di bilancio dal 2008 hanno fatto gonfiare il debito pubblico oltre la soglia psicologica del 100% rispetto al PIL, ma almeno la crescita del PIL ha cumulato una media post-crisi del due per cento, riuscendo altresì a trainare l'occupazione verso il pieno impiego. Un successo, ancor maggiore se comparato con la disastrosa performance dell'Unione Europea e dell'Italia in particolare.

Da dove sorge allora il malcontento canalizzato e poi tradito da Donald Trump?

Torniamo al punto di partenza, ossia a quella finanziarizzazione pervasiva e massiccia in grado di dettare impunemente l'agenda anche ad un outsider come il tycoon piumato. La spesa pubblica prodotta tra il 2009 ed il 2016 è andata in massima parte verso i mercati azionari, indenni da qualsivoglia tentativo di regolamentarli in maniera adeguata: d'altronde il Tesoro americano ha versato in pasto agli squali bancarottieri soltanto 7.700 miliardi di dollari durante l'acme della crisi, applicando alla lettera l'unica socializzazione che piace al Capitale, quella delle perdite. In questo teatro dell'osceno le esigenze e le speranze della middle-class non sono state minimamente prese in considerazione, ed anzi la condizione effettiva del ceto medio negli USA ha conosciuto un arretramento costante. L'arcano del pieno impiego si disvela per quel che è, ossia un mero artificio statistico. Considerando l'indice dell'effettivo grado di occupazione- U6 e non U3– si evidenzia uno scarto pari al doppio, in grado di dare un'altra e ben più severa percezione della realtà d'Oltreoceano.

Differenza tra tasso ufficiale (U3) e disoccupazione reale (U6)

Differenza tra tasso ufficiale (U3) e ....

Posta un commento